Archivio

Posts Tagged ‘Vespa’

Dove sono finiti gli scooter di una volta?

16 dicembre 2008 11 commenti

Voi pensate che ci possa essere qualcuno che fra una trentina d’anni si metta a restaurare uno di questi scooter fatti tutti di plastica?
Che una di queste vasche da bagno informi e prive di qualunque personalità possa un giorno essere considerata da qualcuno un mito?
Che qualcuno si possa mettere alla caccia di un determinato modello poiché lo stesso lo aveva posseduto suo padre o lui stesso tanti anni addietro?
Certo, la plastica gioca un ruolo determinante sulla longevità di un mezzo.
Le plastiche con gli anni perdono la loro elasticità e si cristallizzano.
Basta un nonnulla e si spaccano.
E finchè ci sono i ricambi allora tutto si sostituisce ma fra qualche decina d’anni cosa si può trovare nei magazzini se già sin d’ora è quasi impossibile recuperare qualche ricambio di un modello già uscito di produzione?
Il risultato: mezzi effimeri che nessuno un giorno cercherà e che cesseranno di esistere una volta mandati dagli sfasciacarrozze.

Nessun paragone potrà essere fatto con ciò che furono le nostre Vespe e Lambrette, vuoi come mezzi che rappresentarono la rinascita della motorizzazione nell’immediato dopoguerra, vuoi come mezzi che ancor oggi è possibile restaurare con una disponibilità di ricambi eccezionale, e, cosa più importante, poterne usufruire come fossero mezzi attuali.
Ho visto scocche di vespe e lambrette che sotto le mani di abili carrozzieri, saldatori e battilamiera sono tornate come nuove, pronte per accogliere i loro inseparabili motori.
Il segreto della riuscita di questi stupendi restauri sta nel desiderio del suo proprietario di far ritornare in vita qualcosa che ha fatto storia, che lo ha accompagnato per tanti anni della sua vita e che ha fatto breccia nel suo cuore.
Scusate tanto, ma credo proprio che questi effimeri scatoloni di plastica che il progresso oggi ci regala, non lasceranno dietro di se, altro che il nulla!

Centauri…

21 ottobre 2008 7 commenti
Willy, Benni, Fuji e Alex... in moto!

Willy, Benni, Fuji e Alex... in moto!

Categorie:Foto Tag: , , , ,

Amarcord

13 giugno 2008 5 commenti

Agli inizi degli anni ’60 ciò che poteva rappresentare la maggiore aspirazione dei motociclisti smanettoni erano gli scooter elaborati, i cosiddetti pignatoni, ovvero quelle Lambrette o Vespe con cilindrate da 200 cc. e qualcosa oltre.
Erano chiamate pignatoni poiché i loro pistoni, rispetto a quelli originali erano così grossi che assomigliavano a delle pentole.
Questi scooter elaborati, che andavano come schegge, con velocità finali di tutto rispetto avevano un grosso handicap: freni, telaio e sospensioni erano progettati per una velocità massima che poteva superare di poco i 100 Km/h.
Chi procedeva ad un’elaborazione del motore, dai costi non indifferenti, il più delle volte si ritrovava con la borsa vuota proprio quando veniva il momento di rivedere la parte ciclistica.
Accadeva così che ci si ritrovava con un mezzo dal motore veramente performante ma potenzialmente pericoloso.
Purtroppo più di uno ci lasciò la pelle o finì col farsi veramente male poiché le sfide fra lambrettisti e vespisti o fra stessi lambrettisti e vespisti erano all’ordine del giorno e la posta in gioco a volte prevedeva la cessione del libretto di circolazione.
Questo periodo rocambolesco, fatto di scommesse, sfide e provocazioni, con tanto di conclamati cavalieri pronti a rischiare la pelle e padrini che andavano a proporre la sfida durò per un bel po’ di anni.
Queste sfide che si verificavano generalmente in luoghi poco frequentati, vedevano due tipi di prove: quella su tratto rettilineo dove i cultori dell’accelerazione e della velocità finale si potevano cimentare; l’altra su percorsi tortuosi ed in salita, dove altrettanti cultori della piega potevano dimostrare la loro determinazione.
Uno dei luoghi preferiti e più gettonati per le gare in salita era la Monte Pellegrino (Palermo–Sicilia), un percorso fatto di brevi rettifili e tornantini a 180 gradi che portano sulla vetta dell’omonimo monte, a circa 600 metri di altitudine.
L’arrivo comunque non era proprio sulla sua cima, ma a meno di metà strada, (circa 5 chilometri) in uno spiazzo dove sorge la piccola cappella dedicata a Santa Rosalia, patrona dei Palermitani.
Le sfide si effettuavano generalmente alle prime luci dell’alba, mentre il percorso veniva “piantonato” dai tifosi dei due duellanti i quali avevano la funzione di bloccare e far mettere da parte l’eventuale automobilista che si trovava a transitare da quelle parti.
Un sistema di segnalazione a vista faceva si che un attimo dopo la partenza tutto il tragitto fosse allertato.
Nella ricerca spasmodica della leggerezza gli scooter dei duellanti erano ridotti all’osso.
I cofani laterali erano le prime cose ad andare via.
Ma ciò non bastava! Persino gli scudi anteriori venivano letteralmente segati, mentre delle piccole pedane venivano saldate al telaio centrale per sostituire l’intero pianale poggiapiedi.
Naturalmente i parafanghi anteriori rappresentavano un inutile sovrappiù, e quindi via anch’essi.
Anche le selle passavano attraverso le cure degli alleggeritori, trasformandosi in una sorta di tappetino in gommapiuma con un rivestimento in similpelle.
Detta sella oltre ad eliminare un bel po’ di peso consentiva al conducente di assumere una posizione più aerodinamica e di abbassare il baricentro dell’intero mezzo.
Infine i silenziatori venivano letteralmente aperti in due e svuotati da tutto ciò che vi era all’interno.
Il suono che usciva dallo scarico era metallico, simile a quello di un martello che picchia su una grossa latta.
Quello che rimaneva dell’intero scooter era uno scheletro informe dove però spiccava incontrastata la sagoma del motore e del suo grosso carburatore che aspirava attraverso un enorme fungo di alluminio.
I forti rumori di aspirazione si accompagnavano al battito metallico del motore in un mix davvero entusiasmante.
L’odore acre del ricino combusto completava lo scenario.
La risonanza che queste gare producevano nell’ambiente motociclistico era notevole.
Il vincitore poteva fregiarsi per lunghi periodi di una notorietà inaspettata e se quest’ultimo era un meccanico (come spesso accadeva) tanto meglio… avrebbe visto aumentare i propri clienti in cerca di una chicca che potesse donare al loro scooter una particolare iniezione di potenza!

Vespa, Vespa, Vespa!

3 marzo 2008 Nessun commento

Tutti vorremmo avere dentro il nostro box una Vespa, naturalmente che sia d’epoca!
Che sia già restaurata o da restaurare, che sia un rottame o ben conservata, l’importante è che aprendo il nostro box lei sia là in attesa di essere adoperata. Ma anche se completamente defunta potrà sempre avere la certezza di essere un giorno rimessa in sesto per cominciare una nuova vita su delle strade e in mezzo ad un traffico a lei completamente sconosciuti.
Rimettere in sesto una Vespa è solo una questione di denaro poiché la riuscita di un restauro, anche se ci troviamo dinnanzi alla Vespa più disastrata del mondo è al 99,9% sempre certo.
Ancor oggi a distanza di tantissimi anni non risulta mai problematico trovare ricambi vuoi che essi siano originali, vuoi che siano repliche.
E si, perché il mercato del restauro di questo stupendo scooter e così florido che si è pensato di ricostruire ex novo alcuni pezzi che altrimenti sarebbero stati troppo difficili da reperire.
Il suo punto forte comunque è proprio quella scocca tutta in lamiera che se preservata dalla ruggine rende questo mezzo indistruttibile.
Chi potrebbe mai pensare che uno di questi scooter plasticoni che costruiscono oggi riuscirà a vedere l’alba del 2038?
Forse lo vedremo ammonticchiato dopo qualche anno dalla sua nascita su un cumulo di ferro vecchio, pronto per essere passato alla pressa, ma sicuramente non ne riconosceremo nemmeno il marchio poiché le plastiche esterne saranno state completamente eliminate.
Si parlava di ruggine come nemico principale di una Vespa, ma se si vuole e se c’è la volontà di far rinascere un mezzo simile anche la stessa ruggine può essere debellata ritagliando le parti “malate” ed applicando nuovi pannelli.
Una Vespa non è mai da buttare!
Ci sarà sempre qualcuno pronto a rimboccarsi le maniche per fare in modo che anche da un pezzo di ruggine e di lamiere contorte possa nuovamente rinascere quel gioiello che ormai è entrato a far parte dei nostri più ambiti desideri.

Harley Davidson. Moto di ferro!

17 febbraio 2008 3 commenti
Ogni costruttore che si rispetti fa la sua scelta prima di iniziare a progettare una moto.
Ma nel caso dell’ Harley non si tratta di una scelta nei riguardi di un determinato modello, qui si tratta di una filosofia costruttiva che è nata oltre 100 anni fa e che non si è mai fatta influenzare nel tempo.
Le Harley sono fatte di ferro, e non certo perché gli americani non sanno usare la plastica ma più semplicemente perché il metallo è immensamente più duraturo ed affidabile della plastica, e si può riparare facilmente dai suoi ammacconi o dalla ruggine.
Una moto fatta di ferro ce la potremo ritrovare dopo cinquant’anni ed anche molto più.
Vedi l’esempio della Vespa che ancor oggi vede circolare tranquillamente i suoi modelli risalenti agli anni ’50.
Certo che di un qualunque scooter d’oggi fra una decina d’anni o forse molto ma molto meno non se ne avrà più sentore, gettato come ferro vecchio in un rottamatore, il quale si dovrà pure prendere la briga di separare la plastica dal metallo.
La sua carrozzeria prenderà la forma di tappetini d’auto mentre telaio e motore serviranno per fare nuove caffettiere d’alluminio e cancelli di ferro.
I costruttori di moto sono sempre alla ricerca della leggerezza, appioppando plastica,fibra di vetro e di carbonio un po’ dovunque.
Motivi di economia?
Non di certo poiché un coperchietto in fibra di carbonio può costare 10 volte più di uno medesimo fatto in metallo.
Le cause di questo fenomeno della plastica si devono ricercare su altre strade: il consumismo e la leggerezza.
Oggi nessun meccanico che non sia un restauratore ti va a riparare un parafango di metallo ammaccato.
Molto più semplice quindi costruirlo di plastica.
Per quanto riguarda la leggerezza effettivamente le parti in plastica pesano molto meno di quelle in metallo.
Tutto questo perché dalle moto di oggi, sempre più performanti, occorre cavare ogni minimo grammo per migliorare il rapporto peso potenza.
Oltre 100 cavalli devono essere alla portata di tutte le medie cilindrate e non ci si può permettere il lusso di andarle ad appesantire con qualche chilo di ferro in più per perdere poi qualche cavallo alla ruota.
Tanto all’acquirente finale del prodotto che cosa gliene importa se quella moto fatta di plastica, fra una decina d’anni avrà bisogno di ricambi che sono ormai diventati introvabili?
Lui se la terrà solo uno o due anni e poi se la vedrà quello che verrà dopo.
Chi se ne frega se anche quella moto fra una ventina d’anni finirà dal rottamatore e scomparirà completamente dalla faccia della terra per essere trasformata in un altro prodotto, magari in un cestello per lavatrice?
La filosofia adottata dal’Harley è stupenda.
Moto meccanicamente essenziali, robuste, belle ed affidabili, costruite per il piacere di guida e non certo per produrre adrenalina a fiumi.
Niente svendite di fine stagione, niente flop, niente sconti particolari.
Se dovessi coniare uno slogan adatto per queste moto direi: “Un’Harley è per tutta la vita”.
Un’Harley può durare effettivamente tutta una vita e sicuramente non ne vedremo mai una abbandonata e semidistrutta su un marciapiede in attesa che qualche cercatore di metalli la vada a cannibalizzare, né tanto meno la incontreremo da un rottamatore in attesa di essere infilata sotto la pressa.
Magari ne potessi trovare una io!
La storia dell’Harley poi è a dir poco affascinante… ma di questo parlerò in un altro articolo.
Categorie:Racconti Tag: , , ,

Il motociclista misterioso

31 ottobre 2007 4 commenti

Transitava ogni sera davanti alla mia abitazione, con la stessa puntualità di un trenino locale.
Il suo ritmo di marcia era sempre lo stesso, come le stesse erano le sue traiettorie, le frenate, i cambi di marcia.
Siamo negli anni ’60, quando le strade di periferia, completamente sgombre dal traffico, consentivano di marciare con il ritmo preferito senza problemi di sorta. Io, ancora ragazzo, lo attendevo ogni sera sotto casa, stando seduto sul muretto all’angolo del crocevia.
La sua moto, una stupenda Gilera 300 (una maxi moto per l’epoca) la riconoscevo perfettamente già da lontano.
Le marmitte Silentium scandivano in maniera celestiale gli scoppi emessi dal suo bicilindrico parallelo.
Una vera musica!
Prima di giungere al crocevia il nostro centauro scalava in rapida successione due marce e come su un binario infilava con precisione micrometrica la svolta a destra.
Ancor prima di raddrizzare la moto apriva la manetta del gas e con una entusiasmante progressione snocciolava nuovamente terza e quarta.
Io lo avevo denominato il motociclista misterioso poiché il suo perfetto abbigliamento (giubbotto di pelle, guanti alla moschettiera, casco e occhialoni), donava al nostro soggetto un alone di mistero.
Ebbene, il motociclista misterioso divenne il mio idolo, l’esempio di come avrei guidato una moto quando sarei diventato grande.
Quando finalmente ebbi la possibilità di mettermi a cavalcioni di una Vespa 50 mi ritrovai, nel mio piccolo, ad emulare lo stile di guida del mio idolo.
Mentre tutti i miei compagni con altrettanti ciclomotori trascorrevano intere giornate cimentandosi in stupide evoluzioni ed in puerili virtuosismi delle due ruote, io mi dedicavo da solo nell’esplorazione dei dintorni, effettuando delle escursioni fuori porta.
Pur guidando un mezzo utilitario e dalle prestazioni modestissime mi comportavo come se avessi avuto fra le mani una vera moto.
Ho continuato così fino al giorno in cui io stesso potei acquistare (usato) un Gilera 300 B Extra, e non vi dico che soddisfazione.
Dopo quella moto ne seguirono tante altre: italiane, giapponesi, tedesche, e su queste ho percorso centinaia di migliaia di chilometri, senza mai un incidente, senza mai una banale scivolata.
Fortuna? Bravura? Eccessiva prudenza? Santi protettori? Sinceramente non lo so!
Fatto sta che ormai vado su due ruote da oltre quarant’anni e fino ad ora me la sono sempre cavata rimanendo saldamente in sella.
Una cosa comunque mi ha aiutato, e personalmente ne sono convinto: il motociclista misterioso!
Il sogno di potere un giorno guidare come lui ha forse contribuito alla mia “formazione motociclistica”.
Naturalmente tutta questa storia ha una morale che voi avrete naturalmente percepito.
Per questo vi dico, cari amici motociclisti in erba, di essere più umili, e di seguire sempre i consigli e gli esempi di coloro che usano la moto con coscienza e correttezza. Evitate di farvi condurre fuori strada da chi utilizza questo mezzo con eccessiva superficialità.

SEO Powered by Platinum SEO from Techblissonline