
Cari amici, a seguito di centinaia di vostri commenti su un articolo pubblicato su questo blog “Moto Guzzi Stelvio 1200: quante vibrazioni!”, quel piccolo focolaio che rimaneva acceso in me da circa 40 anni, ha innescato un nuovo incendio nella mia passione motociclistica.
Un incendio che si era acceso negli anni ‘70 con una Guzzi V7 e che è durato per tanto tempo, ma che poi si spense per colpa dell’avvento delle moto Jap.
Quello che mi ha colpito nei commenti pervenuti al mio articolo è stata la passione e la perseveranza di chi oggi e ieri ha acquistato una moto Guzzi.
Passione non certo dettata da motivi di mode o di particolari azioni di marketing, poiché bisogna ammettere che a livello di marketing la Guzzi e allo stadio di acqua e sapone.
Basta dire che non sono mai riuscito, tutte le volte che sono andato da un concessionario Guzzi ad avere un depliant della moto di cui ero interessato (è accaduto anche la settimana scorsa per la Bellagio).
Una passione, anzi direi amore, che fa superare le tante cosette che non vanno proprio per il verso giusto nella gestione di questo glorioso marchio, ma che il Guzzista prende con grande spirito di sopportazione, come se lo scotto da pagare per godere appieno delle soddisfazioni che possono dare questi mezzi fosse un atto dovuto.
Ho letto di persone scontente, di meccanici poco preparati, di ricambi difficili da reperire, di richiami non effettuati, di centraline da riprogrammare, di pezzi che vanno cambiati.
Ma ho anche letto di persone soddisfatte, entusiaste del proprio mezzo, di meccanici coscienziosi, di persone che si prodigano per fare in modo che il cliente rimanga sempre soddisfatto.
Ma la cosa che mi lascia veramente stupito, e che naturalmente mi fa capire quanto sia forte l’attaccamento a questo marchio, è il fatto che solo in pochissimi casi ho sentito dire di motociclisti che hanno venduto la loro Guzzi a seguito di vicissitudini più o meno gravi.
Vuol dire che queste moto hanno veramente qualcosa di particolare e che una volta messe a punto entreranno in maniera indissolubile nel cuore del suo proprietario.
Dopotutto gli ingredienti ci sono tutti: una storia gloriosa, un motore a V che è ormai entrato nella leggenda, una ciclistica di prim’ordine.
Cosa le manca allora per divenire quel marchio di cui tutti gli italiani dovrebbero andare fieri, così come accade in America per le Harley-Davidson?
Perché questo marchio è sempre soggetto ad attraversare momenti bui e momenti luminosi?
Perché la sua produzione rimane sempre limitata a pochi numeri?
Perché queste moto sono apprezzatissime all’estero mentre da noi vengono dai più bistrattate?
Perché si sono preferite le BMW per motorizzare le forze dell’ordine e le amministrazioni comunali?
Perché le nuove generazioni non prendono in considerazione questo marchio?
Sono tutti interrogativi che fanno pensare e che potrebbero fare allontanare il potenziale cliente sulla scelta di queste moto.
Penso che una riflessione da parte di tutti coloro che amano questo marchio, che ne sono già possessori o che pensano un giorno (come me) di diventarlo, sia dovuta!
Una cosa mi fa pensare ed intendo esternarla subito: alcune moto di produzione Jap degli anni ‘70 sono cominciate a diventare interessanti, sotto il profilo collezionistico, solo in questi ultimi anni.
Ho visto moto giapponesi degli anni ’70 buttate per ferrovecchio nelle officine meccaniche o addirittura abbandonate incatenate ad un palo dopo alcuni anni dalla loro produzione; non ho mai visto una moto Guzzi marcire dentro un’officina o abbandonata per la strada.
Non vi è una Guzzi, qualunque sia il periodo della loro messa in strada, e qualunque siano stati i loro problemi durante la produzione, che sia uscita dalle grazie del suo proprietario.
Questo vuol dire che il marchio Guzzi è rietenuto dagli italiani come un qualcosa che fa parte della propria storia, storia tramandata dai nonni ai nostri genitori ed infine a noi figli, ultimo anello della catena.
Tenere nel proprio box una Guzzi, che sia funzionante o meno, che sia d’epoca o contemporanea è come tenere un pezzo di storia, poiché la Guzzi nonostante le tante vicissitudini e i tanti cambi di gestione più o meno felici è sempre rimasta la stessa.
Perché la Guzzi non ha mai inseguito le mode tentando di imitare ciò che sono le moto d’oggi, con dei cokpit che le fanno assomigliare a calabroni, vespe o altri insetti simili; oppure imitare moto che montano delle sovrastrutture prive di un qualsivoglia coordinamento stilistico, dove sembra che un assemblatore stravagante si sia servito di pezzi di magazzino di svariati marchi per mettere su un qualcosa che possa avere la funzione di una moto; o di motocicli che nascondono la migliore parte di loro (il motore), sotto un intreccio di tubi metallici, di cavi elettrici, di radiatori, di flessibili, di ventole etc., e dove anche la più banale delle operazioni (il cambio delle candele) comporta lo smontaggio di mezza struttura.
La moto è un mezzo semplice e tale deve rimanere.
Una buona moto non bisogna di tanti orpelli: basta un buon telaio, un motore onesto, dei buoni freni, un serbatoio e una sella.
Tutto il resto è inutile e serve solo a creare ulteriori rogne al suo possessore.
La Guzzi segue da tempo questa filosofia, che a mio parere è la vincente, perché tali moto hanno una linea che sfida il tempo e che non invecchia così come invece accade per i prodotti effimeri a cui i giapponesi ci hanno abituati.
Sembra che gli ingredienti ci siano tutti per far si che questo marchio possa diventare il simbolo dei motociclismo italiano, la moto che fu dei nostri nonni, dei nostri padri, odiernamente nostra e di cui possiamo andare fieri.
Eppure non sembra che vada così.
Forse perché qualcuno nella stanza dei bottoni non ha ancora capito che il potenziale di questo marchio che si trova tra le mani è enorme.
Non ha capito che questo potenziale, fatto di storia, di leggende, di vite umane, di ardui progetti, di campioni, di vittorie e di sconfitte, dev’essere tenuto sempre presente e rispettato, così come va rispettato, seguito e addirittura coccolato chi dona la propria fiducia a questo marchio.
Da quello che è venuto fuori da molti commenti sorge qualche lamentela circa la carenze di punti vendita, di centri di assistenza, di meccanici specializzati.
Sembra che l’indotto che dovrebbe gravitare attorno a questo marchio ancora non giri a dovere e che diversi utenti devono percorrere centinaia di chilometri per recarsi a fare il tagliando presso un meccanico che ci sappia fare poiché quello di zona non lo convince o addirittura non esiste.
Insomma il desiderio di coloro che posseggono una Guzzi è quello di avere più concessionari, più centri di assistenza, maggiore disponibilità di ricambi, una linea di accessori più consistente.
E allora forza Guzzi, e voi signori della Piaggio dateci sotto perché la strada che avete intrapresa è quella giusta!
E ricordatevi che non vi è italiano, nè giapponese, nè tedesco, nè inglese, nè americano che quando sente nominare questo marchio non abbia un lampo di ammirazione.
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