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Lucio Battisti e la sua motocicletta da 10 HP.

7 dicembre 2008 10 commenti

Se si dovesse riscrivere oggi il testo della canzone di Lucio Battisti, “Il tempo di morire”, creata insieme a Mogol nei primi anni ’70, si dovrebbe senz’altro andare a modificare la potenze della moto citata nel vecchio brano musicale.

Difatti il testo inizialmente recita così: “motocicletta, 10 HP, tutta cromata, è tua se dici si, mi costa una vita, per niente la darei…”.
Anche se negli anni ’70 i giapponesi ci avevano già abituati alle loro maxi, il testo del brano musicale si riferisce ad una ipotetica moto del desiderio di un ragazzo di provincia, con appena 10 HP, potenza espressa in cavalli vapore per motivi di rima, poiché sarebbe risultato poco gradevole cantare frasando “motocicletta, 10 CV…”.
Rimane comunque sempre una potenza alquanto modesta anche calcolando che il cavallo vapore inglese (HP) è di poco più potente del nostro Cv, ovvero 1,014.
La moto desiderata dal soggetto interpretato da Lucio sarebbe quindi stata di 10,14 cavalli.
Fa veramente tenerezza apprendere, anche nel testo di una canzone degli anni ’70, che vi possa essere qualcuno che stia ancora a desiderare una moto da 10 HP, anche se tutta cromata.
Molti si sono posti la domanda su quale potesse essere tale modello, ma io credo che si tratti di qualcosa di immaginario e che l’autore abbia voluto mettere semplicemente in risalto la febbre, il sacrificio, il desiderio che può ingenerare il sogno di una moto, non importa di quale potenza, cilindrata o marca sia (“mi costa una vita, per niente la darei, ma ho il cuore malato, so che morirei…”).
Oggi queste frasi destano tenerezza, poichè le esigenze e i desideri del motociclista odierno sono letteralmente cambiate, ben lungi dalla modestia del motociclista citato nel testo.
Cosa dovremmo scrivere oggi?
Motocicletta, 180 HP, tutta in carbonio, è tua se dici sì (alla finanziaria), mi costa16 mila euro, non so se ci riuscirò, più di 700 rate, forse in protesto me ne andrò…”.
Ma che poesia potrebbe mai avere una canzone con un brano del genere? Che sogni potrebbe ingenerare in chi desidera una moto? Nessuno!
E di fatti oggi si gira con delle moto dalle cilindrate spaventose per un mezzo a due ruote, che vanno ogni anno ad aumentare, per sbalordire il futuro acquirente e per gareggiare fra case motociclistiche che intendono primeggiare su altri marchi mettendo in mostra i loro concentrati di tecnologia fatti esclusivamente di cavalli e di velocità supersoniche.

E la gente compra perché loro dicono così, e la gente muore perché solo pochi sono in grado di gestire tali potenze e solo pochissimi hanno la maturità di aprire il gas quando e dove si può fare.
E allora ben venga la canzone di Lucio Battisti, per far capire a questi signori che con una moto si può sognare e ci si può divertire sentendosi liberi anche con pochi cavalli, senza bisogno di rischiare la pelle ad ogni uscita, e che “Il tempo di morire” verrà, ma non certo su una moto!

Il centauro fachiro!

8 ottobre 2008 6 commenti
Mi chiedo se l’estrema ricerca stilistica riversata su una motocicletta possa anche andare d’accordo con le esigenze di chi la dovrà condurre.
In parole povere sembra che la maggior parte delle moto d’oggi siano concepite seguendo la moda del minimalismo, dove tutto ciò che deve servire per garantire l’accoglienza del suo conducente e del relativo passeggero passa in secondo piano.
Ciò che occorre mettere in risalto sono quei componenti che maggiormente saltano all’occhio: telaio, motore e ciclistica.
Il motociclista e le sue esigenze passano in secondo piano, anzi, non contano più nulla!
Vediamo così selle ridotte a semplici strapuntini, mentre per il passeggero quasi nulla.
Quest’ultimo relegato, per il più delle volte, in una sorta di attico dove la convivenza con chi guida diventa davvero problematica.
Parafanghi anteriori ridotti ad una piccola unghia, però rigorosamente in carbonio, mentre i posteriori ormai sono stati completamente eliminati.
Poco importa se in caso di pioggia il povero conducente e relativo passeggero dovranno viaggiare immersi in una nube d’acqua che giungerà loro dall’alto e dal basso.
Poco importa se anche una piccola pozzanghera ridurrà in uno schifo la moto lavata pochi attimi prima e se degli escrementi di vacca se li ritroverà incollati su scarpe e pantaloni.
Il parafango appesantisce la linea della moto, quindi eliminiamolo.
Quello che conta è la linea!
Il silenziatore è anch’esso diventato elemento di disturbo nella purezza delle linee e quindi va nascosto.
Sembra che il tentativo di celarlo sotto la sella facendolo uscire dal codone non abbia dato ottimi risultati.
Eccolo allora passare sotto la pancia del motore sfociando alla vista di tutti con una sorta di moncherino a volte triangolare, quadrangolare, pentagonale, ma non più rotondo.
Minimalismo nelle pedane di conducente e passeggero, che occorre cercarle con il lanternino per capire dove sono situate.
Non più rivestite con elementi antivibranti in morbida gomma, ma in nudo metallo, possibilmente ricavato dal pieno.
Minimalismo anche nel quadro degli strumenti, rigorosamente digitale e ridotto ormai alla grandezza di un francobollo, dove occorre una vista 10 decimi ed un corso di informatica per capire le 200 funzioni che racchiudono ma che raramente ti informano mai quando sei in riserva.
Minimalismo anche nella leva del cambio e del freno posteriore, ridotti a dei semplici piolini, sempre più nascosti e difficili da raggiungere, anch’essi privi di qualunque rivestimento in gomma, ma in compenso ricavati dal pieno.
E’ questo il futuro della moto?
Mezzi sempre più performanti, più tecnologici e naturalmente più cari?
Che espongono i loro elementi più “attraenti” come specchietti per le allodole, ma che riducono all’osso tutto ciò che deve servire al benessere del conducente!
A questo punto mi chiedo se sarà il motociclista a cambiare i dettami della moto o se sarà la moto a imporre i suoi dettami al motociclista.
In quest’ultimo caso il futuro ci porterà un nuovo tipo di centauro, sicuramente più votato al sacrificio e alla sofferenza, il centauro fachiro!
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