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Harley Davidson. Moto di ferro!

17 febbraio 2008 3 commenti
Ogni costruttore che si rispetti fa la sua scelta prima di iniziare a progettare una moto.
Ma nel caso dell’ Harley non si tratta di una scelta nei riguardi di un determinato modello, qui si tratta di una filosofia costruttiva che è nata oltre 100 anni fa e che non si è mai fatta influenzare nel tempo.
Le Harley sono fatte di ferro, e non certo perché gli americani non sanno usare la plastica ma più semplicemente perché il metallo è immensamente più duraturo ed affidabile della plastica, e si può riparare facilmente dai suoi ammacconi o dalla ruggine.
Una moto fatta di ferro ce la potremo ritrovare dopo cinquant’anni ed anche molto più.
Vedi l’esempio della Vespa che ancor oggi vede circolare tranquillamente i suoi modelli risalenti agli anni ’50.
Certo che di un qualunque scooter d’oggi fra una decina d’anni o forse molto ma molto meno non se ne avrà più sentore, gettato come ferro vecchio in un rottamatore, il quale si dovrà pure prendere la briga di separare la plastica dal metallo.
La sua carrozzeria prenderà la forma di tappetini d’auto mentre telaio e motore serviranno per fare nuove caffettiere d’alluminio e cancelli di ferro.
I costruttori di moto sono sempre alla ricerca della leggerezza, appioppando plastica,fibra di vetro e di carbonio un po’ dovunque.
Motivi di economia?
Non di certo poiché un coperchietto in fibra di carbonio può costare 10 volte più di uno medesimo fatto in metallo.
Le cause di questo fenomeno della plastica si devono ricercare su altre strade: il consumismo e la leggerezza.
Oggi nessun meccanico che non sia un restauratore ti va a riparare un parafango di metallo ammaccato.
Molto più semplice quindi costruirlo di plastica.
Per quanto riguarda la leggerezza effettivamente le parti in plastica pesano molto meno di quelle in metallo.
Tutto questo perché dalle moto di oggi, sempre più performanti, occorre cavare ogni minimo grammo per migliorare il rapporto peso potenza.
Oltre 100 cavalli devono essere alla portata di tutte le medie cilindrate e non ci si può permettere il lusso di andarle ad appesantire con qualche chilo di ferro in più per perdere poi qualche cavallo alla ruota.
Tanto all’acquirente finale del prodotto che cosa gliene importa se quella moto fatta di plastica, fra una decina d’anni avrà bisogno di ricambi che sono ormai diventati introvabili?
Lui se la terrà solo uno o due anni e poi se la vedrà quello che verrà dopo.
Chi se ne frega se anche quella moto fra una ventina d’anni finirà dal rottamatore e scomparirà completamente dalla faccia della terra per essere trasformata in un altro prodotto, magari in un cestello per lavatrice?
La filosofia adottata dal’Harley è stupenda.
Moto meccanicamente essenziali, robuste, belle ed affidabili, costruite per il piacere di guida e non certo per produrre adrenalina a fiumi.
Niente svendite di fine stagione, niente flop, niente sconti particolari.
Se dovessi coniare uno slogan adatto per queste moto direi: “Un’Harley è per tutta la vita”.
Un’Harley può durare effettivamente tutta una vita e sicuramente non ne vedremo mai una abbandonata e semidistrutta su un marciapiede in attesa che qualche cercatore di metalli la vada a cannibalizzare, né tanto meno la incontreremo da un rottamatore in attesa di essere infilata sotto la pressa.
Magari ne potessi trovare una io!
La storia dell’Harley poi è a dir poco affascinante… ma di questo parlerò in un altro articolo.
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Brough Superior e Lawrence d’Arabia.

10 febbraio 2008 3 commenti

E dire che la moto aveva poco più di 60 cavalli, una cilindrata enorme per l’epoca, e pesava oltre i due quntali.
La casa madre indicava una velocità massima certificata di 100 miglia, ovvero 160 chilometri l’ora.
Certo che fare 100 miglia con le strade di una volta doveva essere veramente un’impresa ardua.
Ma c’era chi riusciva a spremere dal suo motore fino all’ultimo cavallo.
Questo signore nato a Tremadoc (Galles) nel 1888, si chiamava Thomas Edward Lawrence.
Non starò qui a raccontare le vicissitudini della sua vita, poiché oltre a non esserne in grado, finirei anche per esaurire tutta la memoria del mio portatile, ma dico solo che ebbe una parte di notevole rilievo nella lotta di liberazione degli arabi dalla dominazione turca, dove lui operò come militare, politico ed infiltrato. Un uomo che modificò le sorti dell’Arabia e di cui poteva anche divenirne Re.
Un uomo che parlava a tu per tu con Wiston Churcill, preferisce uscire dal mondo militare, delle conquiste e della politica per andarsi ad arruolare come meccanico aeronavale, in un piccolo aeroporto militare. In questa fase della sua vita nacque lo smoderato desiderio della moto, vista come mezzo liberatorio che gli avrebbe consentito di scaricare tutte le tensioni pensieri e rimorsi che frullano nella mente di quegli uomini che hanno avuto una vita travagliata dalle responsabilità e dal potere.
Ma per lui occorreva una moto fuori dai comuni standard rispetto a ciò che offrivano le fabbriche dell’epoca.
Nella sua mente si profilava una moto potente, veloce, affidabilissima e confortevole.
E la trovò divenendo anche grande amico del suo produttore, George Brugh, figlio di quel minatore che un giorno gettò pala e piccone per rintanarsi nel suo garage e costruire la sua prima moto.
George, ancora adolescente si mise a lavorare con il padre, ma quando ormai grandicello capì che le sue idee innovatrici cozzavano nettamente con quelle del genitore, se ne andò a lavorare da solo e li, nacque quella che fu, a mio parere, una delle più grandi moto della storia, la Brough Superior, detta anche la Rolls Royce delle moto.
Ebbene il nostro Lawrence se ne innamorò presto al punto da ordinarne 7 nell’arco di 12 anni e con cui percorse totalmente oltre 500 mila chilometri.
Le sue uscite, il più delle volte, non avevano un itinerari preciso!
Bastava aprire la manetta del gas e dare a quel magnifico propulsore della sua Brough tutta la forza per andare come il vento, sfidando sterrati e buche delle strade di una volta.
Purtroppo un brutto giorno cavalcando la sua ultima Brohg Superior denominata Gorge VII, superato un dosso si trovò dinnanzi una bicicletta montata da due ciclisti.
Nel tentativo di scansarli Lawrence perse il controllo della moto e finì disarcionato battendo violentemente il capo.
Ricoverato presso l’ospedale di Bovington Camp ed assistito dal medico personale di Gorge V, Re d’Inghilterra, non riuscì purtroppo a sopravvivere.
Nella chiesa di Saint Martin a Wareham, vi è un sarcofago che rappresenta Lawrence sul letto di morte vestito da beduino.
Le sue iniziali sono incise sul marmo, con accanto scritto: “che dovrebbe riposare tra i Re!”

La moto… chiamiamola con il nostro nome!

28 gennaio 2008 8 commenti

Molto spesso noi motociclisti abbiamo la consuetudine di chiamare la nostra moto con diversi appellativi: la mia bimba, la mia cara, la mia amata, la mia pupa, il gioiello, il mostro, la bestia, il ferro, etc., oppure con nomi propri di persona, naturalmente sempre al femminile.
Ma perché, mi chiedo, chiamarla così quando la moto non è nient’altro che l’appendice di noi stessi?
La moto va dove la indirizziamo, inclina fin quando lo sentiamo noi, corre se ci va di correre, trotterella se ci va di passeggiare.
Il suo motore gira bene se noi ci sentiamo in forma, sembra che vada male se siamo depressi, gli tiriamo il collo se siamo incazzati, la trattiamo coi guanti se siamo sereni.
Insomma la moto va come vogliamo farla andare noi e si comporta esattamente come vogliamo comportarci noi! Io la definirei il nostro specchio.
Quello che riflette il nostro stato d’animo, la nostra educazione, le nostre frustrazioni, il nostro carattere, la nostra maturità.
Insomma, la moto siamo noi!
E allora chiamiamola con il nostro nome!

Cara Guzzi, ridacci un bel monocilindrico!

23 gennaio 2008 Nessun commento

Dopotutto la tua magnifica carriera ha avuto maggior risalto proprio su quegli stupendi monocilindrici, che hanno motorizzato e che hanno fatto la gioia di una infinità di motociclisti, da tempi ormai immemorabili.
Poi hai chiuso con i mono, vuoi perché le mode dettavano motori plurifrazionati, vuoi perché il monocilindrico non si prestava molto bene come propulsore per le nuove maxi degli anni ’70.
Il motore a V di 90 gradi, montato per prima sui mitici V 7 e poi, nella versione ridotta, sui piccoli bicilindrici della gestione De Tomaso, hanno decretato la fine dei tuoi stupendi mono dal timbro baritonale e dall’affidabilità da riferimento.
Perché non tornare a costruire un bel monocilindrico, ma non di quelli che sembrano fatti con i mattoncini della Lego e infilati dentro il telaio a martellate, tanto lo spazio è risicato!
Parlo di quei motori belli anche a vedersi, incorniciati da un bel telaio che lascia respirare tutto il resto e con dei cilindri turriti e ben alettati (lasciamo stare il raffreddamento a liquido per motori plurifrazionati e ben più potenti) che lasciano traspirare tutta la potenza del motore e che danno una immediata riconoscibilità a tutto lo stesso prodotto.
Penso che oggi sia il momento giusto per cominciare a sfornare qualcosa del genere, vuoi per gli elevati costi del carburante, vuoi perché sempre più frequentemente si levano gli appelli di quei motociclisti “puri” che sono convinti che con un buon monocilindrico ci si può ancora fare di tutto.
Allora, forza Guzzi, esci qualche bel progetto che sicuramente sarà chiuso da tempo nei tuoi cassetti e che non ha visto la luce solo perché le mode e l’opulenza che regna oggi in ognuno di noi ne hanno sconsigliato la sua realizzazione!

Sospensione posteriore progressiva.

19 dicembre 2007 3 commenti

Quando negli anni ’80 ebbi modo di provare a lungo la Kawasaki GPZ 550, rimasi estremamente colpito per la particolare sospensione posteriore: un solo ammortizzatore posto centralmente fra ruota posteriore e motore.
Ma la vera novità stava nel fatto che l’occhiello inferiore dell’ammortizzatore non si infulcrava direttamente sul forcellone, ma si collegava a questo tramite l’interposizione di bellette.
Rispetto ai tradizionali sistemi “stereo” che fino a quel momento equipaggiavano la stragrande maggioranza delle moto, detto sistema aveva la peculiarità di rendere più progressiva la risposta della  sospensione.
Denominata “Unitrak”, risultava particolarmente confortevole nell’uso cittadino, trasformandosi in sospensione “tosta” nell’uso veloce, assicurando quindi una eccellente adattabilità sia nell’uso turistico che in quello sportivo.
La sua peculiarità era inoltre quella di riuscire a copiare con estrema fedeltà tutte le asperità ed imperfezioni dell’asfalto.
Nulla a che vedere con quanto eravamo abituati ad usare fin a quel momento.
Pensai che il tempo degli ammortizzatori con attacchi diretti  fosse ormai agli sgoccioli e che una nuova era si era affacciata nel campo delle sospensioni.
Ma non fu così! Ancora oggi si continua abbastanza frequentemente ad adottare la soluzione dei due ammortizzatori e quand’anche si optasse per un mono si continua a preferire il montaggio con attacco diretto fra telaio e forcellone.
Considerato  che la sospensione progressiva con l’ausilio di leveraggi risulta essere indiscutibilmente  più efficace e confortevole, mi chiedo come mai si opti ancora per il montaggio diretto dell’ammortizzatore fra telaio e forcellone.
Maggiore affidabilità? Riduzione della manutenzione? Semplicità di montaggio?
Sicuramente sarà anche una scelta legata alla riduzione dei costi, ma mi chiedo se non valga la pena far pagare qualcosa  in più  per dare all’utente una sospensione più confortevole e polivalente.

Un ottimo rimedio contro lo stress.

24 novembre 2007 3 commenti

Quando le balle cominciano a girare più del dovuto e quando la routine di tutti i giorni mi toglie quasi il respiro, afferro la moto e mi vado a purificare da tutti i miasmi che ci regala la vita quotidiana, specie quella di città.
Naturalmente l’ itinerario non lo scelgo a caso nè tanto meno mi vado ad impelagare in tragitti che potrebbero farmi incappare in qualche situazione caotica.
Sono tragitti brevi (70, 100 chilometri fra andata e ritorno) su strada nazionale, dove occhi, spirito, cuore, e motore possono trarne benefici influssi.
Il mio itinerario preferito è un paesino rivierasco distante una trentina di chilometri da Palermo.
Si chiama Terrasini, e la sua particolare caratteristica è quella di avere una passeggiata panoramica che si sviluppa  su una costa rocciosa a strapiombo sul mare.
Ma non è solo questo!
La roccia calcarea stratificata orizzontalmente sovrappone parti di colore rossastro e parti di roccia color nocciola.
Un vero mistero della natura.
C’è una panchina (la mia) da dove si può osservare una caletta sabbiosa posta ad una trentina di metri più in basso, dove i gabbiani si divertono a stallare sulle correnti ascensionali rimanendo immobili a distanza di pochi metri dal tuo punto di osservazione (o meglio  di meditazione).
Poi c’è un piccolo bar, di quelli dove ti puoi soffermare a scambiare quattro chiacchiere con persone semplici e senza fretta, e dove il gestore, quando mi vede arrivare, mi dice che con quella bella giornata sapeva benissimo che sarei arrivato!

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Combattiamo gli automobil-cellularisti!

15 novembre 2007 6 commenti

cellulare in autoQualcuno mi dia l’opportunità di arruolarmi come ausiliario nel corpo dei vigili urbani o della polizia.
Non esiste un corpo di ausiliari addetto al controllo degli automobil-cellularisti?
Che lo si istituisca!
Dopotutto non abbiamo già gli ausiliari che appioppano multe a destra e a manca a chi posteggia nelle zone blu senza il pass o il pagamento del ticket?
Io sarei il primo ad aderire!
Datemi una paletta rossa, un distintivo  ed un bel blocchetto delle multe e diverrò il castigatore di questo popolo di telefonisti su quattro ruote.
Potrebbero modificare ulteriormente le norme del codice della strada e punire con l’ergastolo e un miliardo di sanzione pecuniaria chi guida con una mano ed il cellulare all’orecchio.
Non otterremmo nulla poiché  noi italici siamo soggetti che non si lasciamo intimorire, specie quando siamo certi che nessuno ci verrà a mettere i bastoni fra le ruote.
Ho fatto dell’ironia  sulle mie intenzioni di arruolamento, ma credetemi certe volte vorrei avere una bella paletta rossa con tanto di scritta polizia di stato o corpo dei vigili urbani per andarla a spiattellare sotto il naso di certi soggetti.
E allora io dico, perché non istituire un corpo di motociclisti ausiliari (naturalmente assunti a contratto o a tempo indeterminato) aventi la mansione di  multare quei soggetti non osservanti le nuove norme in materia di telefonia mobile, applicata ai conducenti di autoveicoli?
A questo punto applicare  multe da 10 mila o da 100 mila euro potrebbe anche avere un senso!

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