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Jawa 350. La mia moto del cuore!

28 aprile 2009 16 commenti

imageNon c’è motociclista che abbia un bel pò di annetti sul groppone che nella sua carriera non abbia posseduto un buon numero di motociclette.
Ogni qualvolta si ha la possibilità di mollare la moto vecchia per poggiare le proprie terga su una nuova è consuetudine fare il giusto paragone fra il vecchio e il nuovo.
Ogni moto ci ha lasciato il suo segno, nel bene o nel male!
Ma ce n’è sempre una, che più di tutte le altre, ha lasciato un ricordo vivo… e non è obbligatoriamente la più bella, la più potente, la più cara o la più affidabile.
Una moto che ci ha donato particolari emozioni e regalato indimenticabili momenti, forse anche perché collegata ad un periodo in cui la nostra età “più verde” e spensierata ci consentiva di vedere le cose sotto un’ottica diversa e sicuramente più ottimistica.
Il mio ricordo va ai primi anni ’70, ad una Jawa 350 bicilindrica, due tempi.
Fumava come una vaporiera e non frenava quasi per niente.
La sua accensione a pedivella comportava quasi sempre dispendiosi sprechi di energia, specie quando si doveva passare alla manovra a spinta.
Ma una volta acceso quel motore era capace di tutto: instancabile, economico, indistruttibile, completamente esente da manutenzione.
Un vero mulo!
Ci ho percorso 40.000 chilometri, quasi sempre in coppia, affrontando viaggi indimenticabili
Dopodichè lo vendetti ad un amico per quattro soldi.
La mia scelta cadde su un’ Honda CX 500, bicilindrica, trasmissione cardanica, raffreddata a liquido, quattro tempi, quattro valvole per cilindro.
Una moto extraterrestre se paragonata a quel catorcio sfumacchiante della Jawa.
Ma ad essere sinceri quella moto non mi ha lasciato grandi ricordi!

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Dove sono le medie cilindrate?

3 aprile 2009 11 commenti

imageIn una società dove ormai il mezzo meccanico rappresenta una appendice della persona che lo possiede, e dove il benestare di un soggetto si misura in base alla lunghezza di una barca ed al costo del suo SUV, e dove la cazzutaggine di un motociclista viene valutata in base alla quantità di cavalli che quest’ultima riesce a scatenare, ebbene, dinnanzi a tutto questo fa piacere sentire che sempre più frequentemente vi sia qualcuno che continua a stupirsi del fatto che le case motociclistiche siano sempre più orientate verso produzioni di moto altamente performanti, mentre scompaiono dai listini le moto di media cilindrata, quando per media cilindrata si intendono quelle moto che vanno dai 350 ai 500 centimetri cubici.
Occorre che le case motociclistiche capiscano che le medie cilindrate non sono esclusivo appannaggio di sfigati dal portafoglio sgonfio, o mezzo prediletto di neo patentati intimoriti dalla mole e dalle cilindrate, o ancora mezzo esclusivo per donne che hanno preferito la moto allo scooter.
Le case motociclistiche devono capire che il futuro della moto non può essere solo incentrato su un aumento costante delle cilindrate e dei cavalli fino all’infinito, e che invece quanto prima si ritroveranno a dover affrontare una inversione di marcia, proprio in base agli elevati costi del carburante, alla scarsezza e alla durata delle scorte, all’effetto serra.
Ma a prescindere dai problemi ambientali penso che sia venuto il momento, per le case motociclistiche, di rimboccarsi le maniche e cominciare a sfornare qualche bel modello di media cilindrata con motorizzazione moderna, leggera, economico nei consumi e nella manutenzione, performante nella sua classe di cilindrata, senza andare a depotenziare modelli di maggiore cilindrata o a ripescare i soliti progetti anni ‘70/ ‘80 riveduti e corretti.
Non moto mortificanti per motociclisti mortificati, così come sembra che vadano le cose oggi, ma moto di nuova generazione per motociclisti intelligenti che intendono ancora usare le due ruote per divertirsi e non solo per correre, che sanno benissimo che con 50/60 cavalli alla ruota e una moto leggera si può fare proprio di tutto.

Apprezziamo i buoni consigli

28 marzo 2009 2 commenti

imageQuando un anziano motociclista si sente in dovere di dare qualche consiglio ad un novellino, nella maggioranza dei casi questi si rabbuia in volto.
Puoi parlare di tutto: di centraline modificate, di gomme racing, di scarichi al carbonio, di assetti corsaioli e tutto va liscio come l’olio.
Ma appena tocchi il tasto della sicurezza, della prudenza, dell’ergonomia, delle conseguenze provocate da lunghe esposizioni al freddo di sospensioni rigide e di una postura scorretta che a lungo andare potrebbe creare problemi alla colonna vertebrale, allora ecco che si rompe il telefono.
L’interlocutore in questo caso si dimostra distratto e oserei dire infastidito, come se colui che gli parla e lo consiglia fosse un borioso professore che sale in cattedra per fare le sue lezioni.
Purtroppo oggi basta mettere per la prima volta il sedere sopra la sella di una moto che già ci si sente padroni assoluti del mezzo e di tutti i segreti del motociclismo.
Ma il più delle volte questi geni delle due ruote si ritrovano a dover combattere con dei problemi di cui nessuno aveva loro parlato e di cui non ne immaginavano nemmeno l’esistenza.
Artrosi reumatica alle ginocchia, schiacciamento delle vertebre lombari, artrosi cervicale, sinusiti e riniti.
Il tutto può derivare, come dicevo prima, da una scorretta postura, da sistemi ammortizzanti estremamente rigidi, da selle ridotte all’osso, da abbigliamenti poco adeguati al variare delle temperature, dai ripari aerodinamici con funzioni semplicemente estetiche, da caschi che non riparano dalla sferza dell’aria.
Occorre parlare di queste cose, anche se il farlo potrebbe dar fastidio sia all’interlocutore diretto sia alle case che producono moto ed ai loro rivenditori.
E’ giusto che tutti i novelli motociclisti siano coscienti di ciò a cui potrebbero andare incontro con un uso scorretto e poco cosciente del loro amato mezzo.
Spesso i ragazzi pensano di conoscere il proprio mezzo piu’ di se stessi ritenendo scontate molte nozioni che scontate non sono.
Non pretendo che per guidare bisogna essere in possesso di un master in sicurezza, ma non si possono denigrare tutti i consigli che non riguardano la modifica del veicolo.
Se si desidera andare in moto fino ad età avanzata senza dover appendere il casco al chiodo solo dopo pochi annetti occorre seguire delle regole che non sono state scritte da nessuno ma che un anziano motociclista potrebbe anche ricordare ed elencare.
Occorre quindi maggiore umiltà da parte dei novelli motociclisti nell’ascoltare ed apprendere.
Avere la fortuna di possedere una moto bella, potente e costosa, non significa obbligatoriamente fare di colui che la possiede un “vero” motociclista!

Il futuro della moto italiana

9 febbraio 2009 3 commenti

Moto Guzzi fabbricaIl momento che sta attraversando la nostra industria motociclistica è veramente duro (la crisi è generale ed abbraccia tutti i settori, ma noi parliamo in questa sede di ciò che ci è più caro, ovvero la moto), ma è proprio in questo particolare momento di crisi che le nostre case motociclistiche dovrebbero trovare la forza per organizzarsi e puntare su una produzione di qualità, così da dare la certezza a chi acquista i loro prodotti di aver ben speso il proprio denaro.
Per noi motociclisti l’acquisto di una buona moto, che un giorno si possa rivendere per il suo giusto valore e non svendere come un capo di fine stagione, conta molto!
Vogliamo qualcosa che non crolli nella sua valutazione appena uscita dal concessionario.
Essere sicuri che il proprio  mezzo resti in produzione per un bel pezzo senza che dopo pochi mesi, a seguito di errate scelte di progettazione, non venga subito rimpiazzato da un nuovo modello, mentre ancora nei concessionari stazionano quelli precedenti che rimarranno invenduti o venduti con sconti pazzeschi.
Desideriamo che chi acquista una moto sia il suo felice fruitore finale e non colui che la dovrà effettivamente collaudare, riscontrandone tutte le sue magagne e per di più pagando sulla propria pelle le lunghe attese e l’incompetenza di certi riparatori.
Desideriamo che la rete di assistenza sia preparata e capillare nelle sue ubicazioni e che i magazzini dei ricambi siano forniti come è giusto che dovrebbero essere.
Questo è ciò che i nostri produttori dovrebbero capire e che consentirà loro di sopravvivere a questo momento, scongiurando il rischio di cassa integrazione o di licenziamenti, o peggio ancora di dover vendere il proprio marchio per un tozzo di pane.
Occorre anche evitare di creare modelli che vadano in competizione con altri  appartenenti a marchi di gran lunga più dotati strutturalmente ed economicamente.
Molto spesso si legge, quando esce un nuovo modello di moto italiana, che sarà l’anti questo o l’anti quello, quando poi quella moto non potrà reggere la concorrenza di certe industrie che non hanno pari nel nostro pianeta e che danno garanzie maggiori (vedi la Moto Guzzi Stelvio che doveva essere l’anti Bmw Gs).
Con i nostri limitati mezzi purtroppo non possiamo competere con loro, anche se le nostre moto non sono inferiori a nessuno.
Vi sono case motociclistiche straniere che nonostante abbiano prodotto delle moto poco affidabili continuano a vendere quel modello con il ritmo di sempre poiché l’acquirente ha fiducia in quel marchio e sa benissimo che i suoi problemi verranno sempre risolti.
La stessa cosa non si può dire per determinati marchi italiani i quali difettano per capillarità dei concessionari, di officine specializzate e di reperibilità dei ricambi.
Creare un nuovo modello con la fretta di metterlo in commercio senza le strutture sopracitate, non conduce da nessuna parte!

Cellulare al volante… una mina vagante!

4 febbraio 2009 8 commenti

Cellulare al volanteL’altro giorno mentre percorrevo una tratta autostradale, mi ritrovai a dover superare un’auto che viaggiava a bassa velocità ed in una posizione quasi a cavallo delle due carreggiate.
Il conducente procedeva senza tenere una traiettoria lineare, e nel momento in cui mi accingevo a superarlo sembrava volesse tagliarmi la strada.
Dopo un ulteriore accostamento mi accorgo che alla guida c’è una giovane donna con il cellulare incollato all’orecchio ed una sola mano al volante.
L’auto viaggiava senza le luci di posizione accese.
La ragazza, in uno stato di evidente trance cellularistica entrava in una galleria scarsamente illuminata (per lavori di manutenzione) ad una velocità ridottissima rispetto alle normali medie autostradali.
Mentre ero ancora dietro di lei ho azionato immediatamente le luci di emergenza (in dotazione nella mia moto) ed ho cominciato a lampeggiarle negli specchietti.
Avrei potuto superarla e lasciarla al suo destino, togliendomi anch’io dal rischio di vedermi piombare addosso qualche auto che giungeva alle mie spalle a velocità sostenuta.
Bastava inserire la freccia, un colpetto di acceleratore, e mi sarei tolto da quella situazione pericolosa.
E invece no! Le sono rimasto dietro a guardarle le spalle con i miei lampeggiatori di emergenza azionati.
Terminata la galleria, prima di superarla aprii la visiera del casco e quando giunsi all’altezza del suo finestrino le gridai di accendere le luci dell’auto, ma la donna mi lanciò un’occhiata tale che dovetti immediatamente desistere.
Avevo disturbato la sua conversazione! :)
La lasciai al suo destino con un deciso colpo alla manopola del gas e un sonoro vaffanculo!
Strada facendo mi posi delle domande su quella vicenda appena trascorsa:
- quando quella benedetta donna è entrata nella galleria quasi buia non si è accorta che non si vedeva ad un palmo di naso?
- non ha notato che anche gli strumenti della plancia erano tutti al buio?
- non ha pensato che senza le luci di posizione accese poteva rappresentare un bersaglio per chi entrava in galleria ad una velocità più sostenuta?
- non ha capito che il mio continuo lampeggio doveva avvisarla di qualcosa che non andava?
Ebbene, nulla di tutto questo!
Quella mina vagante circolava mettendo a repentaglio la sua vita e quella degli altri!

Acciaio nero! La nuova 883 Iron

30 gennaio 2009 77 commenti

Decisamente “cattiva” ma nello stesso tempo facile da domare; è la nuova proposta della casa di Milwaukee, un colosso capace di vendere oltre 300.000 moto all’anno.

La 883 Iron fa parte della serie Sportster che sono le H-D più apprezzate in Europa e soprattutto in Italia (pù di 1.400 pezzi venduti lo scorso anno tra la 1200 e la 883).

Il motore è interamente verniciato a polvere, neri i cerchi, nera la forcella, nere le poche sovrastrutture, compreso l’immancabile serbatoio “peanuts” da 12,5 litri.

La sella è monoposto ma si può aggiungere sia il sellino passeggero che lo schienalino.

In America è già ricercatissima e sono sicuro che anche in Italia verrà molto apprezzata. Considerando anche che le moto “dark” hanno da sempre avuto un grande fascino e soprattutto un grande riscontro nelle vendite.

 

Harley Davidson 883 Iron

Harley Davidson 883 Iron

E se un giorno ritornassero i sidecar?

29 gennaio 2009 7 commenti

Bmw R 68 sidecarTempo addietro, parlando con un amico appassionato di moto, il discorso cadde sui sidecar.
Lui asseriva che ormai il sidecar è da considerare estinto poiché il tipo di circolazione d’oggi non consente più ad un mezzo del genere di districarsi agevolmente fra gli spazi ristrettissimi ormai a disposizione.
Rimanere intrappolati fra le maglie del traffico inalando i miasmi degli scarichi non è cosa da augurare a nessuno.
Cose d’altri tempi, quando questi rappresentava un efficace mezzo di trasporto per una intera famiglia, naturalmente quando non c’erano i soldi per potersi comprare una topolino, e quando le strade non erano ancora le bolgie che son diventate oggi.
Era un mezzo di trasporto per il lavoro, ma anche di svago nei giorni festivi, quando si caricava all’inverosimile per andare a trascorrere una giornata al mare.
Ci si metteva tutta la famiglia (a volte anche 4 persone).
Lui naturalmente alla guida, lei seduta sul carrozzino con un piccolo fra le gambe aggrappato al maniglione, il figlio maggiore seduto dietro il conducente, e se ce n’era un altro questi si andava a piazzare in uno strapuntino che si trovava nella coda del carrozzino, (non tutti ne erano dotati) aprendo un piccolo portello che bloccandosi in posizione verticale fungeva da schienale.
Tutte le vettovaglie si piazzavano dentro il muso del carrozzino, mentre l’ombrellone e qualche sediolina si legavano dove c’era la possibilità di attaccarli.
Camminare con il side non dava grandi soddisfazioni di guida, specie se caricato in quel modo, ma era pur sempre un mezzo che consentiva di allontanarsi autonomamente per raggiungere la meta preferita.
Un rimedio per chi non poteva acquistare un’auto, ma anche ambito da chi nemmeno poteva permettersi di comprare una Vespa.
Sul finire degli anni cinquanta cominciò il suo declino poiché il boom dell’auto prese campo anche in Italia dove le piccole Fiat Cinquecento e poi le Seicento, ne interruppero definitivamente la sua lodevole carriera.
Ho avuto modo negli anni ’80 di condurre una moto con side, ed esattamente una Jawa 350 con motore bicilindrico a due tempi.
Non era certo un grande andare: oltre i 70 all’ora già te la facevi addosso, e dopo alcuni chilometri le braccia e i polsi avevano bisogno delle attenzioni di un fisioterapista.
Però era un gran piacere guidarlo, specie quando riuscivi a trovare dei tragitti stradali con fondo regolare e prive di traffico.
Poi tutti ti guardavano incuriositi, magari pensando che una cosa del genere non serviva proprio a nulla se non per fare della “pomata”.
Ricordo poi un particolare curioso!
Un giorno attraversando una borgata della mia città, un gruppo di ragazzotti seduti su un muretto cominciarono a ridere a squarciagola e dulcis in fundo mi presero anche a pernacchie.
Capii che il side era considerato da loro come una stravaganteria, qualcosa per farsi guardare, e non certo il mezzo da loro sognato, quello che li avrebbe tolti dalla loro condizione di appiedati.
Ma ritornando ai nostri giorni ed all’affermazione del mio amico, io gli risposi che forse un giorno sarebbero ritornati e non tanto come dettame di una moda, ma più semplicemente come un mezzo ecologico.
Alla parola ecologico lui si incuriosì poiché non riusciva a capire cosa poteva avere un side di ecologico.

Gli spiegai che un giorno non molto lontano la trazione elettrica si sarebbe Royal Enfield sidecardimostrata una valida alternativa ai motori che utilizzano carburanti derivanti dal petrolio e che avrebbe certamente rappresentato una sorta di ponte fra quest’ultime motorizzazioni e quelle alternative che vedranno l’utilizzo di energie differenti dal petrolio.
Ecco il mio pensiero: un sidecar elettrico, che consente di stivare nel suo carrozzino tutte le batterie che si vogliono e che gli consentirà autonomie per ora impensabili ad un normale mezzo a due ruote.
Molto più piccolo e maneggevole di un’auto, poco più grande di questi mastodonti a due ruote con immense borse rigide, che oggi chiamiamo supertourer.

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