Quando ad un motociclista si propone qualcosa che possa migliorare la sua incolumità in caso di incidente, questo subito storce il naso poiché pensa che qualora un giorno dovesse diventare obbligatorio lui si dovrebbe accollare addosso un ulteriore orpello.
Ricordo, tanto per fare un esempio, quando una legge sancì l’uso obbligatorio del casco.
Si formarono subito schieramenti per il si ed altri per il no.
C’era chi lo riteneva indispensabile, chi invece non ne tollerava l’obbligatorietà, nel senso che ognuno era padrone della sua vita, chi ancora asseriva che il suo uso poteva riflettersi negativamente sulle capacità sensoriali di chi lo indossava, altri ancora lo ritenevano un orpello estremamente fastidioso nei mesi più caldi, alcuni addirittura gli accollarono la responsabilità della caduta dei capelli.
Oggi per fortuna noi centauri lo indossiamo tutti (o quasi) e quando non lo abbiamo in testa ci sentiamo persino un po’ nudi.
Ma il solo casco non basta ad assicurare l’incolumità di un motociclista.
Si è pensato così di proteggere anche il corpo inserendo nei giacconi e nei giubbotti delle protezioni antischok inserite nei gomiti e nelle spalle, aggiungendo, per chi volesse ritenersi più sicuro, delle placche snodate a protezione della colonna vertebrale, ed ultimamente anche a protezione del torace.
Per ciò che mi consta, non sono molti quelli che le adoperano, i primi per scaramanzia, gli altri per non sentirsi troppo appesantiti e ingombrati nei movimenti.
Per l’uso cittadino poi queste protezioni sono tristemente inutilizzate.
E questo è un grande errore poiché è proprio nei centri urbani che queste strutture possono rivelarsi determinanti nel mitigare le conseguenze traumatiche di un incidente.
Finalmente sembra che un nuovo strumento per la salvaguardia della nostra incolumità sia stato messo a punto con successo: il giubbino airbag.
Non starò qui a spiegare come funziona poiché ormai è noto a tutti i motociclisti, ma dirò solamente che questo tipo di protezione, secondo il mio parere, è quanto di meglio sia stato fatto fino ad oggi per la salvaguardia della nostra incolumità.
Basti solo dire che il sistema di gonfiaggio del collare, evita al casco (naturalmente integrale e ben allacciato) di assumere quelle torsioni che potrebbero danneggiare le vertebre del collo.
E’ questo non mi sembra cosa da poco.
Per non parlare poi della possibilità di proteggere il busto immobilizzandolo in un una sorta di morsa che lo rende praticamente invulnerabile sia agli urti che alle torsioni.
E sappiamo benissimo noi motociclisti cosa può accadere se una vertebra si sposta dalla sua sede.
Ma veniamo al dunque!
Sembrerebbe questa la panacea di tutti i mali, un’invenzione che finalmente potrebbe donare maggiore serenità di guida a chi lo indossa, e dare maggiore tranquillità anche a chi in moto non va, ma che vive di apprensione quando un proprio famigliare circola su uno di questi mezzi.
E invece se ne parla poco, viene reclamizzato poco, viene ignorata dai mass media.
La causa? Forse l’elevato costo, dovuto sicuramente alla complessità della realizzazione, ma anche al fatto che purtroppo chi lo costruisce non vede quei grossi numeri di vendita che poi contribuiscono a rendere il prodotto meno caro.
Ma vi è anche un altro fattore che a mio parere potrebbe rallentare la diffusione di questo capo, ed è la tipica mentalità del motociclista italico, scaramantico e invulnerabile.
Tenere addosso tutta questa attrezzatura è come ammettere di poter avere un incidente, cosa che può accadere agli altri e non certo a lui.
Ma se mettiamo da parte queste congetture e partiamo dal presupposto che il giubbino air bag un giorno diverrà insostituibile come il casco, vorrei lanciare un sasso nello stagno, sperando che qualche piccola ondina possa giungere a lambire la sensibilità dei nostri governanti, considerato anche che il suo uso potrebbe rendere i costi della sanità italiana meno pesanti.
Parlo di incentivi che lo Stato potrebbe elargire per l’acquisto dei suddetti giubbini.
Dopotutto si danno a iosa per l’acquisto di auto nuove, per i computer, per i decoder, non vedo perché non si potrebbe fare anche per questi capi salvavita.
E se un giorno i nostri legislatori dovessero decidere di renderli obbligatori?
Che ben vengano!
(visita il sito www.helite.it)

Non ho nulla contro gli scooter poiché li ritengo dei mezzi utili ed economici e sicuramente i più adatti per alleviare i problemi della circolazione e quindi dell’inquinamento.
Il problema purtroppo non è rappresentato dal mezzo di per se ma da chi li guida!
A lor parere questi signori (per fortuna non sono tutti) ritengono che lo scooter sia un mezzo con cui poter fare di tutto, in barba alle norme della circolazione e del buon senso!
Siamo tutti minacciati da questi sciami di scooteristi, vuoi quando assumiamo il ruolo di semplici pedoni che di automobilisti o motociclisti.
Loro si intrufolano dappertutto senza rispettare le file, le precedenze, i divieti, le corsie riservate, le barriere architettoniche, gli scivoli per gli handicappati. Per loro la strada non è solo rappresentata da quel manto di asfalto riservato al transito dei mezzi motorizzati.
La loro strada è semplicemente quel luogo ove si ha la possibilità di far girare le ruote e fare avanzare il loro mezzo, a prescindere di quale sia la sua dislocazione.
Li vediamo sfrecciare sui marciapiedi, correre dentro le ville, terrorizzare i poveri anziani sui passaggi pedonali, fare lo slalom fra le auto pensando che deve essere l’automobilista a curarsi della loro incolumità.
Una guida scriteriata e d’arrembaggio che purtroppo mette in cattiva luce tutta la categoria dei dueruotisti.
La considerazione che i nostri legislatori ed amministratori hanno per noi motociclisti viene dimostrata da come ancora in Italia continuano ad esistere dei guard rail che sono delle vere e proprie mannaie.
Il povero motociclista che ci si va a schiantare contro, nella maggioranza dei casi decede, ma se ha un pò di fortuna se ne può uscire con qualche arto falciato o su una sedia a rotelle per tutta la vita.
Non mi sembra proprio questa la funzione che dovrebbero avere questi benedetti guard rail!
Forse quelli attuali potrebbero ancora andar bene per le auto o per i camion, ma non certo per le moto.
E allora cosa si aspetta a modificarli per renderli sicuri nei confronti di tutti gli utenti della strada?
Che forse i motociclisti non sono considerati tali, o che forse le moto sono rare come le mosche bianche?
O che forse noi motociclisti siamo considerati come utenti di classe B, e come tali non abbiamo diritto di essere tutelati?
Mi sembra che con quanto paghiamo di bollo, di assicurazione e di pedaggi stradali potremmo anche pretendere che si sperimenti qualcosa di più efficace e meno lesivo nei nostri confronti.
Sono certo che nei cassetti di chi pigia i bottoni vi siano già dei progetti validi in sostituzione delle attuali mannaie.
Sostituirle costerebbe molto caro?
Non c’è dubbio!
Ma quando si vuole il denaro si trova subito.
Eccome!
Basterebbe, tanto per fare un esempio, che i comuni che gestiscono i loro autovelox evolvessero i loro incassi per sostenere le spese di sostituzione o di modifica delle maledette lame nel territorio di loro competenza.
Il momento delle elezioni si sta avvicinando alla velocità della luce e già le nostre città ed i nostri paesi sono affollati di gigantografie rappresentanti volti di uomini politici, sorridenti e persuasivi, che inneggiano slogan a destra e a manca promettendo migliorie su tutti i settori, e che puntualmente ritornano a promettere questo ponte sullo stretto, che ad onor del vero non interessa più a nessuno!
Ritornano a pensare alle famiglie disagiate, agli aumenti per quei poveri pensionati che vivono quasi in miseria, a questa benedetta ICI sulla prima casa che scende a fondo e poi riemerge come il diavoletto di Cartesio, etc.
In poche parole, ognuno annaspa cercando un compitino da svolgere per portare acqua al proprio mulino.
Saranno contenti gli elettori per quanto promesso e quindi i poveri pensionati voteranno, i proprietari di casa voteranno, i sostenitori del Ponte sullo Stretto voteranno, e così via dicendo!
Ma per noi motociclisti, per la nostra sicurezza non propone niente nessuno?
E dire che siamo una infinità, e che solo con i nostri voti potremmo portare un partito politico alle stelle.
E invece stiamo sempre zitti, in attesa che qualcuno preso dalla compassione spenda qualche parola per risolvere i nostri più annosi problemi che come risultato vedono in ballo qualcosa di moooolto più importante dei ponti e dell’ICI… la nostra vita!
Nessuno che spenda una parola per eliminare questi maledetti guard-rail che tagliano gambe e teste qualora un malcapitato motociclista ci si vada ad incagliare dentro; nessuno che spende una parola per dire che una buca più profonda del solito può rappresentare la fine per un centauro; nessuno che dice che i tombini dal coperchio ipogeo sono una trappola per chi ci passa sopra; nessuno che dice che certi pannelli pubblicitari incastonati in tubi di metallo, rasenti alle barriere architettoniche, rappresentano un pericolo mortale anche a seguito di una banale scivolata!
E potrei continuare ancora per molto ma mi fermo qui. Infine, e in questo caso non parliamo più di sicurezza, non ho mai sentito nessuno, naturalmente fra quelli che contano, spendere una parola per dire che occorrerebbe un po rivedere tutta la questione degli autovelox che a quanto sembra non sempre rappresentano un sistema di prevenzione per gli utenti della strada.
Questo è il momento, cari amici motociclisti, di fare sentire la nostra voce, di fare le nostre sacrosante richieste, chiedendo che si faccia quello che va fatto, e non tanto per la nostra tasca, peraltro abbastanza salassata, ma per la salvaguardia della nostra vita!
Molto spesso noi motociclisti abbiamo la consuetudine di chiamare la nostra moto con diversi appellativi: la mia bimba, la mia cara, la mia amata, la mia pupa, il gioiello, il mostro, la bestia, il ferro, etc., oppure con nomi propri di persona, naturalmente sempre al femminile.
Ma perché, mi chiedo, chiamarla così quando la moto non è nient’altro che l’appendice di noi stessi?
La moto va dove la indirizziamo, inclina fin quando lo sentiamo noi, corre se ci va di correre, trotterella se ci va di passeggiare.
Il suo motore gira bene se noi ci sentiamo in forma, sembra che vada male se siamo depressi, gli tiriamo il collo se siamo incazzati, la trattiamo coi guanti se siamo sereni.
Insomma la moto va come vogliamo farla andare noi e si comporta esattamente come vogliamo comportarci noi! Io la definirei il nostro specchio.
Quello che riflette il nostro stato d’animo, la nostra educazione, le nostre frustrazioni, il nostro carattere, la nostra maturità.
Insomma, la moto siamo noi!
E allora chiamiamola con il nostro nome!
Le statistiche parlano chiaro: ogni anno vi è un aumento crescente di incidenti motociclistici mortali, e purtroppo quando si parla dei motociclisti dobbiamo includervi anche scooter e ciclomotori.
Adesso i mass media e anche i nostri legislatori non fanno altro che parlare di prevenzione, come sistema per evitare che si avverino incidenti.
Meglio prevenire che curare!
E su questo siamo d’accordo!
Ma come intendono attuare questa benedetta prevenzione?
Forse aumentando l’organico dei tutori dell’ordine preposti al controllo della circolazione stradale?
Niente affatto, la prevenzione oggi si attua installando ovunque marchingegni elettronici, vedi autovelox, tutor, T-Red, ovvero il semaforo che rileva il passaggio con il rosso, telecamere di controllo delle corsie preferenziali e qualche altra diavoleria che ancora nemmeno noi conosciamo.
Ma in che cosa consiste questa prevenzione?
Uno corre in autostrada a 180 Km/h e l’autovelox lo immortala con un bella fotografia ad alta risoluzione?
Lui naturalmente non se ne accorge neanche e continua imperterrito nella sua allegra marcia.
L’indomani lo fa nuovamente, e così nei giorni o mesi a venire.
Gli autovelox continuano ancora a regalargli belle istantanee e lui continua ancora imperterrito a mantenere la sua media velocistica.
Quando poi un giorno cominceranno ad arrivare i primi verbali, forse, comincerà a capire che sarà il caso di calmare i suoi bollenti spiriti.
Ma prima di quel momento lui continuerà a rappresentare un pericolo per l’incolumità altrui e quella propria.
La stessa cosa dicasi per i semafori che rilevano il passaggio con il rosso o le corsie preferenziali con telecamere di controllo, e così via dicendo.
Chi attua tecniche scorrette di guida continuerà a farlo per un bel pezzo prima di accorgersi che è “stato “visto” dall’occhio vigile!
Secondo il mio umile parere, senza voler malignare su questioni di introiti pecuniari e sul come vengano utilizzati i vari proventi, questa non mi sembra prevenzione, ma solo ed esclusivamente punizione!
Se poi il soggetto poco osservante delle norme continua ancora imperterrito a circolare per giorni o per mesi, questo poco importa.
Pagando la somma della sanzione pecuniaria e qualche punto tolto dalla patente lui non rappresenterà più alcun pericolo poiché ha pagato.
Questa è prevenzione?
Allora, se vogliamo che questi marchingegni elettronici servano veramente a prevenire, occorre che l’inosservante venga immediatamente informato della sua infrazione, e questo si può fare solo con la presenza di tutori dell’ordine che fermano il soggetto immediatamente dopo l’infrazione stessa, compilando il relativo verbale e chiedendone la conciliazione o meno.
Questa è prevenzione!
Certo occorre molto più personale, specie nei semafori che rivelano il passaggio con il rosso, dove un vigile deve immediatamente fermare il soggetto ed attuare la procedura di rito, con controllo dei documenti ed elevazione del verbale.
Un circolare del prefetto di Lodi, (n.993) del gennaio 2007 ha precisato che per le apparecchiature T-red (semafori con sistema di rilevamento elettronico delle infrazioni) occorre sempre la presenza di un vigile, anche se il marchingegno risulta omologato per funzionare automaticamente, effettuando in tempo reale la contestazione della infrazione.
Questa si, e chiedo scusa per la ripetizione, che è vera prevenzione!
Quando le balle cominciano a girare più del dovuto e quando la routine di tutti i giorni mi toglie quasi il respiro, afferro la moto e mi vado a purificare da tutti i miasmi che ci regala la vita quotidiana, specie quella di città.
Naturalmente l’ itinerario non lo scelgo a caso nè tanto meno mi vado ad impelagare in tragitti che potrebbero farmi incappare in qualche situazione caotica.
Sono tragitti brevi (70, 100 chilometri fra andata e ritorno) su strada nazionale, dove occhi, spirito, cuore, e motore possono trarne benefici influssi.
Il mio itinerario preferito è un paesino rivierasco distante una trentina di chilometri da Palermo.
Si chiama Terrasini, e la sua particolare caratteristica è quella di avere una passeggiata panoramica che si sviluppa su una costa rocciosa a strapiombo sul mare.
Ma non è solo questo!
La roccia calcarea stratificata orizzontalmente sovrappone parti di colore rossastro e parti di roccia color nocciola.
Un vero mistero della natura.
C’è una panchina (la mia) da dove si può osservare una caletta sabbiosa posta ad una trentina di metri più in basso, dove i gabbiani si divertono a stallare sulle correnti ascensionali rimanendo immobili a distanza di pochi metri dal tuo punto di osservazione (o meglio di meditazione).
Poi c’è un piccolo bar, di quelli dove ti puoi soffermare a scambiare quattro chiacchiere con persone semplici e senza fretta, e dove il gestore, quando mi vede arrivare, mi dice che con quella bella giornata sapeva benissimo che sarei arrivato!
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