Dopotutto la tua magnifica carriera ha avuto maggior risalto proprio su quegli stupendi monocilindrici, che hanno motorizzato e che hanno fatto la gioia di una infinità di motociclisti, da tempi ormai immemorabili.
Poi hai chiuso con i mono, vuoi perché le mode dettavano motori plurifrazionati, vuoi perché il monocilindrico non si prestava molto bene come propulsore per le nuove maxi degli anni ’70.
Il motore a V di 90 gradi, montato per prima sui mitici V 7 e poi, nella versione ridotta, sui piccoli bicilindrici della gestione De Tomaso, hanno decretato la fine dei tuoi stupendi mono dal timbro baritonale e dall’affidabilità da riferimento.
Perché non tornare a costruire un bel monocilindrico, ma non di quelli che sembrano fatti con i mattoncini della Lego e infilati dentro il telaio a martellate, tanto lo spazio è risicato!
Parlo di quei motori belli anche a vedersi, incorniciati da un bel telaio che lascia respirare tutto il resto e con dei cilindri turriti e ben alettati (lasciamo stare il raffreddamento a liquido per motori plurifrazionati e ben più potenti) che lasciano traspirare tutta la potenza del motore e che danno una immediata riconoscibilità a tutto lo stesso prodotto.
Penso che oggi sia il momento giusto per cominciare a sfornare qualcosa del genere, vuoi per gli elevati costi del carburante, vuoi perché sempre più frequentemente si levano gli appelli di quei motociclisti “puri” che sono convinti che con un buon monocilindrico ci si può ancora fare di tutto.
Allora, forza Guzzi, esci qualche bel progetto che sicuramente sarà chiuso da tempo nei tuoi cassetti e che non ha visto la luce solo perché le mode e l’opulenza che regna oggi in ognuno di noi ne hanno sconsigliato la sua realizzazione!
Le statistiche parlano chiaro: ogni anno vi è un aumento crescente di incidenti motociclistici mortali, e purtroppo quando si parla dei motociclisti dobbiamo includervi anche scooter e ciclomotori.
Adesso i mass media e anche i nostri legislatori non fanno altro che parlare di prevenzione, come sistema per evitare che si avverino incidenti.
Meglio prevenire che curare!
E su questo siamo d’accordo!
Ma come intendono attuare questa benedetta prevenzione?
Forse aumentando l’organico dei tutori dell’ordine preposti al controllo della circolazione stradale?
Niente affatto, la prevenzione oggi si attua installando ovunque marchingegni elettronici, vedi autovelox, tutor, T-Red, ovvero il semaforo che rileva il passaggio con il rosso, telecamere di controllo delle corsie preferenziali e qualche altra diavoleria che ancora nemmeno noi conosciamo.
Ma in che cosa consiste questa prevenzione?
Uno corre in autostrada a 180 Km/h e l’autovelox lo immortala con un bella fotografia ad alta risoluzione?
Lui naturalmente non se ne accorge neanche e continua imperterrito nella sua allegra marcia.
L’indomani lo fa nuovamente, e così nei giorni o mesi a venire.
Gli autovelox continuano ancora a regalargli belle istantanee e lui continua ancora imperterrito a mantenere la sua media velocistica.
Quando poi un giorno cominceranno ad arrivare i primi verbali, forse, comincerà a capire che sarà il caso di calmare i suoi bollenti spiriti.
Ma prima di quel momento lui continuerà a rappresentare un pericolo per l’incolumità altrui e quella propria.
La stessa cosa dicasi per i semafori che rilevano il passaggio con il rosso o le corsie preferenziali con telecamere di controllo, e così via dicendo.
Chi attua tecniche scorrette di guida continuerà a farlo per un bel pezzo prima di accorgersi che è “stato “visto” dall’occhio vigile!
Secondo il mio umile parere, senza voler malignare su questioni di introiti pecuniari e sul come vengano utilizzati i vari proventi, questa non mi sembra prevenzione, ma solo ed esclusivamente punizione!
Se poi il soggetto poco osservante delle norme continua ancora imperterrito a circolare per giorni o per mesi, questo poco importa.
Pagando la somma della sanzione pecuniaria e qualche punto tolto dalla patente lui non rappresenterà più alcun pericolo poiché ha pagato.
Questa è prevenzione?
Allora, se vogliamo che questi marchingegni elettronici servano veramente a prevenire, occorre che l’inosservante venga immediatamente informato della sua infrazione, e questo si può fare solo con la presenza di tutori dell’ordine che fermano il soggetto immediatamente dopo l’infrazione stessa, compilando il relativo verbale e chiedendone la conciliazione o meno.
Questa è prevenzione!
Certo occorre molto più personale, specie nei semafori che rivelano il passaggio con il rosso, dove un vigile deve immediatamente fermare il soggetto ed attuare la procedura di rito, con controllo dei documenti ed elevazione del verbale.
Un circolare del prefetto di Lodi, (n.993) del gennaio 2007 ha precisato che per le apparecchiature T-red (semafori con sistema di rilevamento elettronico delle infrazioni) occorre sempre la presenza di un vigile, anche se il marchingegno risulta omologato per funzionare automaticamente, effettuando in tempo reale la contestazione della infrazione.
Questa si, e chiedo scusa per la ripetizione, che è vera prevenzione!
Leggo su un’autorevole rivista motociclistica un articolo sulla nuova Stelvio della Moto Guzzi dal titolo: Moto Guzzi Stelvio, sfida alla BMW GS.
Su un’altra rivista leggo: Moto Guzzi Stelvio l’anti GS.
Ma dico io, come si può di una moto che ancora è allo stato di prototipo, decretarne il suo successo, al punto da poter insidiare la GS la cui stessa sigla fa già venire le fregole a chi sogna di possedere una enduro?
Adesso non voglio dire che questa Stelvio non incontrerà i favori del pubblico, anzi gli auguro personalmente di venderne a camionate, ma non riesco a capire perché quando la Guzzi sforna una novità subito si scrive che quel modello debba diventare l’anti BMW o l’anti chissachecosa.
Ce ne vuole di coraggio e fantasia!
Quando uscì la Breva 1100 le riviste decretarono che sarebbe diventata l’anti BMW della serie R, quest’ultima venduta a carrettate specie nella mia città.
Volete sapere quante volte ho incontrato una Breva da quanto è entrata in commercio?
Due volte! Una vera e propria mosca bianca!
Poi è uscita la Griso, una nuda che a dire dei media doveva infastidire anch’essa la BMW nel settore delle naked.
Non ne ho mai incontrata una, dico mai!
Poi è uscita la Norge che doveva contrastare la BMW RT, ma appena uscita ha accusato, come peraltro le prime Breva, dei problemi di gioventù, Forse per un’ affrettata messa in produzione.
Anche di questa moto, vera e propria mosca bianca non ne ho mai incontrata una (vista solo dai rivenditori).
Passiamo alla Bellagio.
Questa moto doveva rappresentare la filosofia custom all’italiana e doveva porsi in commercio come una valida alterativa dell’ Harley Davidson.
Moto vendute nella mia città: forse poco più di una!
Viste in circolazione: non credo che mai la vedrò!
Adesso questa Stelvio monta il motore a otto valvole che già altri marchi
adottano da una vita, e sembra che la Guzzi, che peraltro l’ha montato e tolto diverse volte dai suoi motori, l’abbia perfezionato solo ora dopo trent’anni.
A questo punto vorrei ricordare ai signori che scrivono per le varie riviste motociclistiche, di avere un pò di pazienza ed attendere un qualche tempo prima di decretare il successo di una moto o di scrivere che quest’ultima possa scalzare alla sua nascita lo strapotere di certi modelli ormai divenuti dei best seller per la loro qualità, affidabilità, diffusione e tenuta del valore nel tempo.
Cerchiamo di essere un pò più realisti!
Lo staff di Due Ruote Nel Web augura a tutti i lettori del blog un felice Natale.
Arrivederci a dopo le feste!
Quando negli anni ’80 ebbi modo di provare a lungo la Kawasaki GPZ 550, rimasi estremamente colpito per la particolare sospensione posteriore: un solo ammortizzatore posto centralmente fra ruota posteriore e motore.
Ma la vera novità stava nel fatto che l’occhiello inferiore dell’ammortizzatore non si infulcrava direttamente sul forcellone, ma si collegava a questo tramite l’interposizione di bellette.
Rispetto ai tradizionali sistemi “stereo” che fino a quel momento equipaggiavano la stragrande maggioranza delle moto, detto sistema aveva la peculiarità di rendere più progressiva la risposta della sospensione.
Denominata “Unitrak”, risultava particolarmente confortevole nell’uso cittadino, trasformandosi in sospensione “tosta” nell’uso veloce, assicurando quindi una eccellente adattabilità sia nell’uso turistico che in quello sportivo.
La sua peculiarità era inoltre quella di riuscire a copiare con estrema fedeltà tutte le asperità ed imperfezioni dell’asfalto.
Nulla a che vedere con quanto eravamo abituati ad usare fin a quel momento.
Pensai che il tempo degli ammortizzatori con attacchi diretti fosse ormai agli sgoccioli e che una nuova era si era affacciata nel campo delle sospensioni.
Ma non fu così! Ancora oggi si continua abbastanza frequentemente ad adottare la soluzione dei due ammortizzatori e quand’anche si optasse per un mono si continua a preferire il montaggio con attacco diretto fra telaio e forcellone.
Considerato che la sospensione progressiva con l’ausilio di leveraggi risulta essere indiscutibilmente più efficace e confortevole, mi chiedo come mai si opti ancora per il montaggio diretto dell’ammortizzatore fra telaio e forcellone.
Maggiore affidabilità? Riduzione della manutenzione? Semplicità di montaggio?
Sicuramente sarà anche una scelta legata alla riduzione dei costi, ma mi chiedo se non valga la pena far pagare qualcosa in più per dare all’utente una sospensione più confortevole e polivalente.
Quando le balle cominciano a girare più del dovuto e quando la routine di tutti i giorni mi toglie quasi il respiro, afferro la moto e mi vado a purificare da tutti i miasmi che ci regala la vita quotidiana, specie quella di città.
Naturalmente l’ itinerario non lo scelgo a caso nè tanto meno mi vado ad impelagare in tragitti che potrebbero farmi incappare in qualche situazione caotica.
Sono tragitti brevi (70, 100 chilometri fra andata e ritorno) su strada nazionale, dove occhi, spirito, cuore, e motore possono trarne benefici influssi.
Il mio itinerario preferito è un paesino rivierasco distante una trentina di chilometri da Palermo.
Si chiama Terrasini, e la sua particolare caratteristica è quella di avere una passeggiata panoramica che si sviluppa su una costa rocciosa a strapiombo sul mare.
Ma non è solo questo!
La roccia calcarea stratificata orizzontalmente sovrappone parti di colore rossastro e parti di roccia color nocciola.
Un vero mistero della natura.
C’è una panchina (la mia) da dove si può osservare una caletta sabbiosa posta ad una trentina di metri più in basso, dove i gabbiani si divertono a stallare sulle correnti ascensionali rimanendo immobili a distanza di pochi metri dal tuo punto di osservazione (o meglio di meditazione).
Poi c’è un piccolo bar, di quelli dove ti puoi soffermare a scambiare quattro chiacchiere con persone semplici e senza fretta, e dove il gestore, quando mi vede arrivare, mi dice che con quella bella giornata sapeva benissimo che sarei arrivato!
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