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Già negli anni ’80 cominciarono a palesarsi dei gravi sospetti derivanti dall’uso dell’amianto.
Chi era addetto alle lavorazioni di questo materiale accusava spesso gravi malesseri a livello polmonare.
Solo nel 1992 fu emanata una legge, la 297/92, la quale sanciva la cessazione immediata di ogni lavorazione dell’asbesto e inoltre dava istruzioni alle regioni per il suo smaltimento, sensibilizzando anche la popolazione sulla pericolosità di questo materiale.
Nel meno che non si dica scoppiò la psicosi dell’amianto e ognuno di noi divenne un “untore” poichè chi fuori, chi dentro, aveva nelle proprie case o nelle proprie ville un manufatto composto da amianto. Cominciarono a proliferare ditte specializzate nello smaltimento del micidiale prodotto, dove pagando cifre esorbitanti, proporzionate al peso stesso del prodotto da smaltire, ci si poteva liberare dello scomodo ingombro ed anche dal rimorso di esser forse stati, a nostra insaputa, propagatori di tumori e di asbestosi.
Ricordo che bastava vedere anche un solo frammento del nefasto materiale, abbandonato vicino ad un cassonetto o lungo un marciapiede, che tutti si andava in fibrillazione.
Bastava telefonare ai numeri di pronto intervento e nel giro di poco tempo quel materiale veniva circoscritto e subito dopo prelevato. L’amianto era diventato uno dei pericoli più grandi dell’umanità, responsabile della maggior parte dei tumori e delle malattie polmonari che affliggevano l’uomo.
L’asbesto si trovava ovunque: nei sottotetti, sotto i pavimenti, nelle coperture ondulate dei capannoni, nei pannelli di coibentazione, nei cassoni dell’acqua, nelle cisterne.
Fiumi di denaro sono stati spesi per la sua eliminazione ma ancor oggi sollevando lo sguardo sui tetti dei palazzi e nei balconi interni delle cucine si possono ancora notare un’infinità di recipienti di riserva dell’acqua fatti ancora con questo materiale, molti dei quali ormai inefficienti.
Si dice che finchè non si polverizza e si inala, questo materiale non è per nulla dannoso.
E quindi questi cassoni giacciono tranquillamente sui tetti, tanto finchè rimangono sani…
Se poi qualcuno volesse procedere alla loro sostituzione con altri i materiale plastico, allora se la dovrà vedere con queste ditte addette allo smaltimento, che chiederanno cifre da capogiro.
La soluzione migliore allora diventa quella di dare una bella mancia a chi installa il nuovo recipiente e quest’ultimo provvederà al suo smaltimento ricorrendo ai metodi tradizionali, ovvero la frantumazione sul luogo e l’abbandono in qualche discarica abusiva o in mezzo ad un cumulo di immondizie.
Come io stesso ho potuto vedere con i miei occhi, questi cumuli di manufatti di amianto sono anche visti da altri poiché non sono affatto nascosti.
E allora mi chiedo: se è vero che l’amianto è così pericoloso (ed io ne sono convinto) perché lasciarlo così esposto nelle discariche abusive, o in mezzo ai luoghi di raccolta dell’immondizia?
Se vi è stato qualche incosciente che lo ha gettato in un luogo qualunque, non si deve pensare che quel manufatto altamente pericoloso sia ormai diventato figlio di nessuno e quindi possa essere abbandonato per finire un giorno chissà dove, senza un trattamento speciale di smaltimento!
Come dicevo prima, le ditte specializzate nel trattamento dell’asbesto si fanno pagare care, ma occorre pur trovare un sistema per consentire sia al privato che hai comuni di poter dare “la dovuta sepoltura” a questi materiali senza dover accendere un mutuo per il suo smaltimento.
Se anni addietro l’amianto era stato ritenuto altamente cancerogeno penso che non sia cambiato nulla e come lo è stato ieri lo sarà anche oggi.
Ed allora perché ormai rimaniamo indifferenti quando ne vediamo un bel cumulo abbandonato proprio accanto al nostro cassonetto dell’immondizia?

Così bassa che ti puoi sdraiare sul manto stradale
e quel motore che batte con forza ancestrale.
Dinnanzi a te solo un piccolo strumento rotondo
che manco guardi se attorno gira il mondo.
Ha qualcosa di magico questa 883, con la sua coppia imponente
che ti spinge da dietro come la mano buona di un gigante.
Poca fretta con lei e nessuna velleità corsaiola
dev’essere trattata con calma ed estrema cura.
Lungi da lei i frettolosi, i manici e gli smanettoni
gli amanti del contagiri gli stanno sui coglioni.
E se le curve non le fai con il ginocchio per terra
a lei poco importa, non deve scendere in guerra.
Ci si diverte con 50 cavalli trotterellando a velocità da passeggio
e te ne fotti di chi ti supera a 200 mostrando il suo coraggio.
Dietro la visiera del casco rigorosamente aperto
compare un sorriso nei confronti di quell’esperto.
Lui non ha capito niente del valore della vita
e se la gioca alla roulette russa ad ogni sua uscita.
La velocità è l’appagamento di ogni sua ambizione
ma dalla mia 883 lo vedo come un gran coglione.
Il suo motore a quattro, urla come un dannato
e lui tutto ingobbito sul manubrio si sente realizzato.
Il suo strumento segna appena 10 mila rotazioni
ce ne sarebbero ancora 5000 per giungere alle massime prestazioni.
Lui giungerà prima di me qualunque sia il suo itinerario
e si congratulerà con se per il suo perfetto orario.
E racconterà ai suoi amici, ogni due e tre
di come superò a 200 all’ora un pirla sull’883.

Annullate le ZTL a Palermo. Il Tar ha accolto il ricorso!
Accogliendo le istanze dei cittadini e dell’associazione Bispensiero che ha promosso il ricorso collettivo, il Tar Sicilia ha annullato l’ordinanza del Sindaco che istituiva le ILLEGITTIME ZTL! “Qui non si tratta della sola sospensiva, da tutti attesa.
Il TAR ha annullato definitivamente le ZTL decidendo nel merito prima di ogni più rosea aspettativa.
Evidentemente si trattava, come avevamo detto, di un provvedimento assolutamente illegittimo, talmente illegittimo e infondato che il TAR non ha esitato a prendere una decisione così forte e così immediata.
Adesso Bispensiero lancia una nuova campagna di ricorsi al Giudice di Pace, per il rimborso dei pass e per il risarcimento del danno subito.
Ci rivolgiamo in particolare a tutti i commercianti, che abbiamo sostenuto in tutti questi giorni, per il grave danno economico subito, con un calo delle vendite che è giunto fino al 60%.
A breve vi forniremo tutte le informazioni necessarie per partecipare alla nostra campagna di ricorsi per il risarcimento del danno e per i rimborsi.
Stasera Bispensiero invita tutti i cittadini (anche i non residenti) a Piazza Pretoria, per festeggiare la bella notizia, proprio d’avanti il Palazzo delle Aquile, quel palazzo dal quale, tranne qualche rara eccezione, siamo stati completamente abbandonati in maniera “bipartisan”.
Questa, infatti è una vittoria dei cittadini contro la politica dei palazzi, di quei cittadini che eroicamente hanno creduto in una battaglia che molti ritenevano persa in partenza.
Abbiamo vinto perchè abbiamo smesso di delegare qualcuno a rappresentare i nostri interessi, abbiamo presentato ricorso e, grazie a Dio, abbiamo fatto tutto da soli!
Un grazie speciale, però, lo dobbiamo a Nadia Spallitta per il preziosissimo supporto che sia come consigliera che come avvocato ci ha offerto in questa battaglia.
Anche chiamandoli sputer o plasticoni, loro rappresenteranno il futuro del motociclismo!
Ormai la strada è segnata: scooter che somigliano sempre più alle moto, moto che somigliano sempre più agli scooter.
Il comune denominatore è quello di giungere ad un mezzo che consenta di poter disporre di un ampio spazio di stivaggio necessario all’inserimento di nuovi sistemi di propulsione che non siano naturalmente nè benzina né gasolio.
Metano, idrogeno, elettricità, sistemi ibridi, sono tutte soluzioni che vedono la necessità di avere ampi spazi ove riporre e dove immagazzinar dette fonti di energia, e gli scooter di spazio ne hanno a sufficienza.
Il Gilera GP800 è già l’esempio di come potrebbe essere la moto del futuro; l’Aprilia Mana è il primo passo della trasformazione da moto a motoscooter.
Non vi saranno più scooteristi o motociclisti in senso stretto ma solo moto-scooteristi… e la plastica regnerà da sovrana!
Agli inizi degli anni ’60 ciò che poteva rappresentare la maggiore aspirazione dei motociclisti smanettoni erano gli scooter elaborati, i cosiddetti pignatoni, ovvero quelle Lambrette o Vespe con cilindrate da 200 cc. e qualcosa oltre.
Erano chiamate pignatoni poiché i loro pistoni, rispetto a quelli originali erano così grossi che assomigliavano a delle pentole.
Questi scooter elaborati, che andavano come schegge, con velocità finali di tutto rispetto avevano un grosso handicap: freni, telaio e sospensioni erano progettati per una velocità massima che poteva superare di poco i 100 Km/h.
Chi procedeva ad un’elaborazione del motore, dai costi non indifferenti, il più delle volte si ritrovava con la borsa vuota proprio quando veniva il momento di rivedere la parte ciclistica.
Accadeva così che ci si ritrovava con un mezzo dal motore veramente performante ma potenzialmente pericoloso.
Purtroppo più di uno ci lasciò la pelle o finì col farsi veramente male poiché le sfide fra lambrettisti e vespisti o fra stessi lambrettisti e vespisti erano all’ordine del giorno e la posta in gioco a volte prevedeva la cessione del libretto di circolazione.
Questo periodo rocambolesco, fatto di scommesse, sfide e provocazioni, con tanto di conclamati cavalieri pronti a rischiare la pelle e padrini che andavano a proporre la sfida durò per un bel po’ di anni.
Queste sfide che si verificavano generalmente in luoghi poco frequentati, vedevano due tipi di prove: quella su tratto rettilineo dove i cultori dell’accelerazione e della velocità finale si potevano cimentare; l’altra su percorsi tortuosi ed in salita, dove altrettanti cultori della piega potevano dimostrare la loro determinazione.
Uno dei luoghi preferiti e più gettonati per le gare in salita era la Monte Pellegrino (Palermo–Sicilia), un percorso fatto di brevi rettifili e tornantini a 180 gradi che portano sulla vetta dell’omonimo monte, a circa 600 metri di altitudine.
L’arrivo comunque non era proprio sulla sua cima, ma a meno di metà strada, (circa 5 chilometri) in uno spiazzo dove sorge la piccola cappella dedicata a Santa Rosalia, patrona dei Palermitani.
Le sfide si effettuavano generalmente alle prime luci dell’alba, mentre il percorso veniva “piantonato” dai tifosi dei due duellanti i quali avevano la funzione di bloccare e far mettere da parte l’eventuale automobilista che si trovava a transitare da quelle parti.
Un sistema di segnalazione a vista faceva si che un attimo dopo la partenza tutto il tragitto fosse allertato.
Nella ricerca spasmodica della leggerezza gli scooter dei duellanti erano ridotti all’osso.
I cofani laterali erano le prime cose ad andare via.
Ma ciò non bastava! Persino gli scudi anteriori venivano letteralmente segati, mentre delle piccole pedane venivano saldate al telaio centrale per sostituire l’intero pianale poggiapiedi.
Naturalmente i parafanghi anteriori rappresentavano un inutile sovrappiù, e quindi via anch’essi.
Anche le selle passavano attraverso le cure degli alleggeritori, trasformandosi in una sorta di tappetino in gommapiuma con un rivestimento in similpelle.
Detta sella oltre ad eliminare un bel po’ di peso consentiva al conducente di assumere una posizione più aerodinamica e di abbassare il baricentro dell’intero mezzo.
Infine i silenziatori venivano letteralmente aperti in due e svuotati da tutto ciò che vi era all’interno.
Il suono che usciva dallo scarico era metallico, simile a quello di un martello che picchia su una grossa latta.
Quello che rimaneva dell’intero scooter era uno scheletro informe dove però spiccava incontrastata la sagoma del motore e del suo grosso carburatore che aspirava attraverso un enorme fungo di alluminio.
I forti rumori di aspirazione si accompagnavano al battito metallico del motore in un mix davvero entusiasmante.
L’odore acre del ricino combusto completava lo scenario.
La risonanza che queste gare producevano nell’ambiente motociclistico era notevole.
Il vincitore poteva fregiarsi per lunghi periodi di una notorietà inaspettata e se quest’ultimo era un meccanico (come spesso accadeva) tanto meglio… avrebbe visto aumentare i propri clienti in cerca di una chicca che potesse donare al loro scooter una particolare iniezione di potenza!
Dopo oltre 20 anni di moto BMW ho voluto provare qualcosa di diverso.
Ho sempre gironzolato attorno al marchio Harley Davidson e grazie ad un gentile concessionario ne ho provate anche diverse, ma ogni qualvolta scendevo dalla sella rimanevo alquanto perplesso ed alla fine mi rendevo conto che non erano moto fatte per me.
Vibrazioni, motore, cambio, frizione e sospensioni non avevano nulla a che vedere con quanto offriva la BMW e con quanto io ero abituato da tempo.
E poi quella posizione di guida alquanto inusuale non riusciva a convincermi.
Ma con il tempo le cose cambiano, e quando si arriva a 62 anni stando ininterrottamente sulle moto dall’età di 16, le cose cambiano eccome!
Le velleità velocistiche calano inesorabilmente, altrettanto dicasi per le esigenze di potenza, le percorrenze stradali annue si dimezzano, le uscite diventano passeggiate fuori porta.
Da parte mia è duro ammetterlo, ma ormai è così.
La mia BMW R 1100 R del 2000 cominciava a venirmi troppo grande ed in certe occasioni finiva anche per mettermi in imbarazzo.
Era venuto il momento di cambiare registro e cercare qualcosa che potesse soddisfare le mie nuove esigenze.
L’occasione si presentò con una XL 883 R colore arancio e motore nero opaco, immatricolata nel 2007 e praticamente nuova di pacca!
Apparteneva ad un mio conoscente che nel suo garage ne aveva 4, una più stupenda dell’altra e dove l’ 833 forse ci stava un po’ stretta.
Me la fece provare e me ne innamorai immediatamente.
L’indomani era già nel mio box che troneggiava in prima fila fra le altre moto.
Ci sono uscito già tre volte e sono state delle vere godurie.
Mi sono reso conto che la gratificazione che può avere un motociclista dalla sua moto non si basa solo sulla velocità, sulla potenza o sulla possibilità di piega.
Ci si può divertire ed essere felici anche con 50 cavalli, trotterellando a velocità che magari altri possono ritenere da handicappati.
Il segreto sta nel motore, nella sua paciosità e nella capacità di infondere sicurezza.
Non una coppia motrice che ti arriva da dietro come un calcione nel sedere, ma una spinta potente e progressiva che ti accompagna come la mano di un gigante buono.
Oggi mi son ritrovato a passeggiare osservando il cielo e il mare cullato dal borbottio asincrono del motore a V stretto.
Da oltre mezz’ora viaggiavo ad una velocità quasi costante senza sentire il bisogno di andare oltre.
Guardo il contachilometri: segnava 50!
I costi della benzina hanno ormai raggiunto livelli inimmaginabili.
Qui non si parla più di aumenti annuali, semestrali o trimestrali.
Le colonnine dei distributori ormai sono come delle slot machine che aggiornano in tempo reale le oscillazioni di mercato (naturalmente solo quando sono in rialzo).
Fra qualche tempo solo i ricconi potranno permettersi il lusso di camminare con le loro auto, mentre tutti i comuni mortali dovranno trovare una soluzione per potere ancora usufruire di un mezzo di circolazione privato.
Soluzioni imminenti che possano costituire un’alternativa ai carburanti ancora non se ne vedono, o meglio, ci sono ma rappresentano solo pannicelli caldi che non potranno mai dare una rapida soluzione al problema del caro carburante e dell’inquinamento atmosferico.
L’unica soluzione attuabile in questo momento è quella di produrre mezzi che riescano ad effettuare molti chilometri con poco carburante, mezzi che riescano a muoversi agevolmente nel traffico limitando notevolmente i tempi di percorrenza e senza avere grossi problemi di posteggio.
Stiamo parlando naturalmente degli scooter e delle moto, quelli che ci aiuteranno a superare questo periodo di transizione fra carburanti tradizionali e nuove fonti di energia.
Sembra però che le maggiori case motociclistiche non abbiano ancora afferrato il problema.
Esse anzichè spostare la produzione verso mezzi di cilindrata medio bassa, continuano imperterrite a battere la strada delle maxicilindrate e della maxipotenze, sia nel campo delle moto che degli scooter, poiché sembra che solo così le case costruttrici possano dimostrare la propria supremazia tecnologica rispetto ad un altro marchio.
Sembra ormai che un progetto, per potere fare cassa, debba essere contraddistinto obbligatoriamente dalla trilogia che vede cilindrata-potenza-velocità come fattori trainanti ed essenziali per gratificare un motociclista.
Ma i tempi stringono e presto arriveremo al punto che le nostre cavalcature da 100 cavalli e passa sembreranno delle inutili e voraci macchine mangiasoldi.
Le venderemo allora per due lire e forse nessuno le vorrà più nemmeno per quella stessa cifra.
E allora cosa fare?
Dobbiamo goderci i nostri potenti e amati mezzi fino a quando un giorno qualcuno ci dirà che è venuto il momento di gettare tutto a mare?
Dobbiamo continuare a comprare moto da 160 cavalli finchè un giorno dovremo accendere un mutuo per infilare nel serbatoio 20 litri di benzina?
Penso invece che noi motociclisti dovremmo essere i primi a dimostrare coscienza e responsabilità cominciando a chiedere ad alta voce che si costruiscano mezzi più economici, anche se tutto ciò andrà a discapito delle nostre vanità e velleità velocistiche!
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